venerdì 17 novembre 2017

10 anni di Opportunità di Genere






Proprio oggi nel 2007 scrivevo il mio primo post su OG con la voglia di condividere i miei pensieri e tutto quello che facevo, scrivevo o rintracciavo nella vita e nelle storie delle donne. E così sono passati ben dieci anni ma a dirla tutta non li sento affatto, tanta è ancora la voglia e l'entusiasmo di continuare questa avventura iniziata qualche anno poco prima ancora tra i corridoi e le biblioteche universitarie...che dire ancora? Che possano esserci ancora per tutt* tanti anni di Opportunità!.


mercoledì 15 novembre 2017

Mistiche d'Italia- Lucrezia della Genga e le Lucrezie todine



Arrivando a Todi tutto colpisce per il suo aspetto antico eppure attuale, accogliente come la sua piazza che ti riporta ad un tempo lontano capace di immergerti in fatti passati facendoti respirare la sua epoca come il Duomo dalla sua imponente scalinata che come un abbraccio ti invita a salire per entrare nel mistero spirituale confortato dai palazzi temporali al suo fianco come il Comune e i suoi grandiosi archi e con la scalinata su cui ti sembra di poter vedere ancora un avo con il suo mantello di feltro che si arrocca sui suoi gradini per questioni di massima urgenza.

E tra i palazzi dei potenti, religiosi o laici che siano, sta un piccolo convento che si fatica quasi a trovare se non con caparbia volontà lo si cerca. E' noto come “Le Lucrezie”.

L'entrata al monastero
Un portale di legno accoglie il visitatore in quello che oggi è il Museo lapidario della città e il teatro ricavato nel primo ordine del monastero detto “delle aquile”, poiché lì è stato ritrovato un nido di aquila che suffragherebbe la leggenda fondativa di Todi il cui simbolo è infatti un'aquila perché si vuole che questo rapace abbia indicato ai primi abitanti dove fondare la città poggiandosi su queste terre.

Il Chiostro
Il monastero regala poi dal suo chiostro un panorama mozzafiato che riconcilia gli affari terreni con lo spirito e questo forse è stato proprio il volere della sua fondatrice che qui volle dare dimora stabile al Terzo Ordine francescano presente a Todi già dalla fine del 1200 ma senza una fissa residenza. A questo inconveniente volle riparare appunto una nobile donna.  
Lucrezia della Genga, figlia di Simone della Genga, conte della Genga nella Marca Anconetana, nacque intorno al 1340 e andò in sposa a Federico Baldino dei conti di Marsciano da cui ebbe un figlio che come tradizione vuole fu chiamato come il nonno, Baldino.
Proveniente da Roma ma la cui famiglia era originaria delle Marche, a Roma fondò un convento presso la chiesa di Santa Maria della Minerva1.
Rimasta vedova già nel 1400 dopo che perse anche suo figlio a breve distanza dal marito2, ebbe problemi con la famiglia dei Conti Marsciano che rivendicavano indietro la dote. Lucrezia volle investire invece questi averi creando un monastero che accogliesse le terziarie francescane. Nel 1411 è documentato l'ordine di costruzione di un monastero a Todi.3
L'entrata del monastero

L'esempio infatti di San Francesco e di Santa Chiara aveva ispirato molte seguaci che volevano vivere secondo la regola dei Santi francescani, in collettività senza prendere i voti e rimanendo nella società in mezzo ai più bisognosi, come accadde ancor prima a Foligno con la Beata Angela, la Magistra Theologorum, convertitasi dopo aver visitato la tomba di San Francesco nel 1299, definita addirittura alter Franciscus4 e in questo stesso periodo a Beata Angelinafiglia del Conte Giacomo Maresciano5, cognata di Lucrezia, che sempre a Foligno nel convento di Sant'Anna diede sede al terzo ordine francescano regolare nel 1388, riconosciuto ufficialmente nel 1404 da Papa Bonifacio IX.6
Figure femminili negli affreschi
della Cappella monacale
Alcuni vogliono proprio Angelina tra le prime seguaci di Lucrezia nel monastero todino allorché in numero di dodici, le donne che composero il primo nucleo stanziale dell'ordine francescano, si fermarono a Todi. Lucrezia acquistò un primo nucleo di abitazioni da cui prese avvio il complesso conventuale: domus seu locus religiosus.



Il Chiostro
Nel 1425, all'età di 84 anni, Lucrezia fece testamento davanti al notaio Bartolomeo di Guarriscio di Francesco il 28 marzo7 nel quale oltre a citare come eredi i nipoti, i figli del fratello Contuccio della Genga8, lasciava gli stabili del monastero alle sue consorelle tra cui sua sorella Caterina Zuccano che le succedette alla guida del monastero nel 14289.

Inizialmente al monastero fu dato il nome di San Giovanni Battista ma dopo il lascito di Lucrezia che venne ulteriormente ampliato grazie alle altre consorelle che acquistarono altri edifici attigui, venne per tutti e da allora chiamato “Le Lucrezie”.

La piazzetta antistante l'entrata

Nel 1429 infatti anche le altre consorelle parteciparono attivamente all'ampliamento dello stabile acquistando altre proprietà limitrofe ed ingrandendo così il monastero tanto da riuscire a creare una piazzetta antistante l'arco di entrata.


All'entrata del monastero si trovava lo strumento emblematico della clausura delle monache: la Ruota.
Sebbene inizialmente l'ordine terziario francescano non prevedesse la clausura nel tempo e soprattutto con il Concilio di Trento questa fu imposta anche al monastero delle Lucrezie dove la Ruota divenne quindi strumento di comunicazione con l'esterno. Essa veniva usata sia per introdurre derrate alimentari sia vestiario e comunicazioni quando a volte anche infanti che venivano affidati alle cure delle monache.
La Ruota del monastero delle Lucrezie.

Dopo la Controriforma nel 1498, l'importanza della Ruota venne sottolineata e rafforzata dall'Arcivescovo Angelo Cesi che ne volle rimarcare l'importanza e anzi chiuse la porta del monastero dall'esterno in favore di un maggior lavoro della Ruota quale unico mezzo di contatto con il mondo esterno: “...onde evitare qualunque inconveniente che fosse in ogni tempo mai potuto insorgere10.

La Cappella del monastero, oggi museo lapidario di Todi.
La Cappella è rimasta invece dedicata a San Giovanni Battista e annovera affreschi della prima metà del Seicento ed oggi ospita la collezione del Museo Lapidario.


I tre ordini del monastero
Sebbene alla fine del '400 i conventi e i monasteri attraversassero un periodo di crisi e difficoltà, il monastero creato e voluto da Lucrezia invece incontrò la beneficenza di molti laici todini che permisero così l'ingrandimento dell'edificio che quindi alla fine e a tutt'oggi conta una struttura fatta di tre ordini.
Trai suoi beneficiari si annovera anche Papa Eugenio IV che nella sua impresa di riformare la chiesa cattolica fece delle concessioni al monastero11.

Lucrezia della Genga non sarà ritenuta né santa né beata ma ebbe comunque il grande merito locale di dare una sede stabile alla congregazione francescana dell'ordine terziario che presente nella città dal 1298 non aveva mai avuto una residenza permanente che le diede Lucrezia entro le mura fortificate di Todi da cui ammirare e contemplare la natura e tutte le sue creature. Scelse infatti un luogo a ridosso delle mura romane, un po' arroccato che nelle epoche più moderne soffrirà infatti delle frane che porteranno le monache nel 1700 e definitivamente nel 1800 a dover abbandonare il monastero per le importanti lesioni che avevano colpito
Il panorama dal Chiostro del monastero delle Lucrezie
l'edificio12 ma dal suo chiostro, che spicca sulla vallata teverina, non è possibile non fermarsi a contemplare la meraviglia del Creato proprio come San Francesco insegna.


Il complesso del monastero visto dai giardini Oberdan.
L'opera di Lucrezia è oggi ancora importante per tutto il tessuto urbano e popolare todino; il complesso del Convento delle Lucrezie infatti è un importante fulcro per la popolazione locale essendo sede del Museo lapidario nei locali dell'ex cappella conventuale, sede del teatro detto “nido delle aquile” nel primo ordine mentre nell'ordine superiore è presente una scuola.





Lucrezia morì nel 1445.











1Pannello espositivo Convento Le Lucrezie, Todi.
2www.beatangelinadimarsciano.it      consultato  11/11/ 2017
3www.siusa. archivi.beniculturali.it    consultato il 13/11/ 2017
4Andreoli S. “Angela da Foligno “alter Franciscus. VII centenario della morte", Roma, 2008.
5 Moroni Romano G.,“Dizionario di erudizione storico- eclessiastica da San Pietro sino ai nostri giorni” Volume 38, Pag. 246, 1844.
6www.beatangelinadimarsciano.it URL Cit.
7 Pannello espositivo del Convento delle Lucrezie, Todi.
8URL www.beatangelina Cit.
9www.monasticmatrix.osu.edu/monasticon/s-giovanni-di-paragnano     consultato il 12/11/ 2017
10Pannello espositivo del monastero delle Lucrezie, Todi.
11www.siusa.archivi.beniculturali.it URL Cit.
12Opera Ipogea, 1/2010, pag. 36.






martedì 7 novembre 2017

Lo sguardo di Artemisia Gentileschi



Un anno fa si inaugurava a Roma, "Artemisia Gentileschi e il suo tempo" una delle mostre più importanti dedicate ad Artemisia Gentileschi perché per la prima volta il fulcro di tutta l'analisi artistica partiva da lei, era lei infatti l'artista a cui si sono ispirati altri pittori della sua epoca, a lei molti allievi hanno dovuto la loro tecnica per la prima volta è stata lei, la sua arte, ad essere celebrata e ricordata anche nella maestria altrui quale anello propulsore di artisti a venire.

Artemisia Gentileschi
Foto tratta
dalla riproduzione
del pannello d'entrata,
 introduttivo alla mostra.
OG non poteva perdersi una mostra così e solo ora ma dedica questo post alle sensazioni e riflessioni di quella visita alla mostra  in cui ho potuto incontrare lo sguardo di Artemisia...





Artemisia Lomi Gentileschi rappresenta la pittrice più nota di tutti i tempi ed è tale perché seppe crescere, nonostante una vita che la mise a dura prova, non solo come donna ma anche come artista, seppe coniugare l'esperienza esistenziale con quella pittorica.
Spesso la vita privata di Artemisia la condizionò ma sempre riuscì a ricavare del buono dalle nuove situazioni per quanto complicate e a far si che la sua arte seguisse la sua evoluzione.

Artemisia, nasce a Roma dove uno dei libri più famosi sul suo conto* la vuole testimone dell'esecuzione di un'altra donna romana con una storia per alcuni versi simile alla sua: Beatrice Cenci. Una giovane aristocratica vittima, come tutti gli altri membri della sua famiglia, della violenza paterna a cui un giorno cercano di porre fine ma vengono ferocemente accusati e giustiziati, anche Beatrice condannata alla decapitazione per decisione di Papa Clemente VIII in realtà interessato non tanto a far giustizia ma ad accaparrarsi gli averi di questa nobile famiglia romana. Beatrice verrà tenuta in carcere in attesa dell'esecuzione, la stessa carcere che vedrà qualche anno dopo la stessa Artemisia reclusa.
E' già brava Artemisia e la sua 'Susanna e i vecchioni' lo dimostra apertamente, mostra al mondo la sua bravura con i nudi femminili, una scena che racconta e che in qualche modo anticipa il suo destino. Dipinto solo un anno prima dello stupro che subirà, il quadro infatti narra di una giovane che è sconcertata, impaurita e infastidita dalle attenzioni di due uomini che la guardano nella sua totale intimità. L'anno dopo vede Artemisia contro il suo stupratore Agostino Tassi, famoso pittore anch'egli anzi fin troppo apprezzato visto che nonostante la condanna all'esilio dalla città eterna, costata ad Artemisia la reclusione alla Corte Savella e la tortura per dimostrare la veridicità delle accuse, non sconterà neanche un giorno grazie all'appoggio dei suoi illustri estimatori e protettori.

Artemisia quindi si vede costretta da una parte a prendere marito, il fiorentino Stiattesi, e dall'altra ad abbandonare Roma. Ma come detto, di necessità virtù, Firenze diventerà per Artemisia un'opportunità per crescere e farsi un nome, perfezionarsi nel disegno che non solo sarà comunque ben proporzionato ma anche giustamente narrativo ed ancora 'Susanna e i vecchioni' nella versione del 1622 lo dimostra, come lo dimostra la sua ammissione quale prima donna all'Accademia del Disegno di Firenze.
Artemisia cerca di superare lo stupro tramite il dipinto che realizza sul tema di Giuditta e Oloferne proprio l'anno dopo la denuncia in cui però la protagonista appare essere sempre e comunque lei anche nella versione di molti anni dopo (quello del 1622 agli Uffizi rispetto alla versione del 1613 a Capodimonte).
Che questa scena che sa ridarci così veritiera sia data dai suoi ricordi di Piazza Tor di Nona quando da bambina assistette alla decapitazione di Beatrice Cenci? Giuditta forse allora non è solo Artemisia ma è la vendicatrice di quelle donne che come lei erano state vittime di violenza maschile che per lei si chiamava Agostino ma che prendeva nella vita quotidiana di molte donne sue contemporanee, altri nomi e altre forme come quella che per Beatrice Cenci fu quella di un padre.
E Artemisia con suo padre, che le insegnò fin da piccola tutti i segreti tenendola a bottega a lei sola escludendo invece i suoi fratelli, ebbe anch'essa un rapporto difficile, tormentato dopo il processo se Artemisia infatti se ne dovette andare da Roma anche Orazio cercò riparo dall'onta altrove e mentre sua figlia viaggiando ora di ritorno a Roma, a Venezia, a Napoli ormai era diventata un'artista nota ed apprezzata, la potè rivedere solo dopo molti anni in Inghilterra quando Artemisia accettò di andare dopo le insistenze del fratello Francesco.
A Londra Artemisia rivide suo padre, il grande artista ormai al tramonto dei suoi giorni e talenti, ammalato e affaticato ma pur sempre artista, impegnato comunque al servizio del Re Carlo I che anche Artemisia onorò aiutando suo padre negli impegnativi lavori commissionatigli.
Artemisia ormai è cittadina del mondo, artista internazionale, affermata pittrice che non teme più per la sua reputazione tanto meno per quella artistica quando torna di nuovo in Italia, costretta a fuggire dopo la decapitazione di Carlo I nel 1640, sceglie di andare nella città in cui si sente libera, Napoli.
La sua pittura ormai riflette la sua vita, matura, intensa come i suoi tratti, ormai Artemisia è affermata, affermatissima e accetta commissioni su commissioni ma non per se' ma per le sue figlie; sì perché nel frattempo suo marito è sparito, alla macchia ed è nata un'altra figlia, tutta sua nessuno tranne lei sa e saprà chi è il padre. Ma per lei le sue figlie sono uguali, sue e basta e a loro dedica i suoi ultimi anni di lavoro e di vita per garantire loro, come sarà, un buon matrimonio e una posizione sociale che le protegga e le garantisca.

Mostra di Artemisia Gentileschi, pannello espositivo d'entrata
Artemisia morirà a Napoli nel 1656 e la sua tomba sarà una fossa comune. A ricordarla ci pensano però le sue magistrali opere d'arte. 













* Il testo a cui mi riferisco è quello ormai "classico" di Alexandra Lapierre.


lunedì 30 ottobre 2017

Margaret Fuller- L'uomo contro gli uomini. La donna contro le donne. La grande causa.






Questo testo di Margaret Fuller ha un formato molto curato, si presenta come un libretto ma lo è tuttavia solo nell'aspetto, racchiude infatti un grande testo dai contenuti dirompenti, oggi e ancor di più allora, nell'800, stupefacentemente moderni tanto che alcune sue prospettive sono ancora lontane dall'essere recepite ed applicate.

L'uomo contro gli uomini, la donna contro le donne. La Grande Causa è qui tradotto, con molta cura e attenzione anche al lessico di genere, da Giovanni Sofo, per la prima volta in italiano.
Il testo è l'insieme delle lezioni che Fuller tenne a Boston nella libreria di Elisabeth Peabody tra il 1839-44 alle bostoniane (vi ricordate? Ne abbiamo parlato con questo film); stampate sul giornale trascendentalista The Dial nel 1943 e poi pubblicate in un unico volume nel 1845 con il titolo di “Woman of the Nineteenth Century” che in poche settimane le regalò il meritato successo editoriale.
Questo suo scritto, basato appunto sulle lezioni bostoniane, diventerà un testo di riferimento anche per Elisabeth Cady Stanton e compagne, alla base del Congresso di Seneca Fall del 1849.

E' considerato quindi il primo manifesto femminista americano. Un manifesto che a tutt'oggi presenta aspetti ancora attuali per le tematiche e gli spunti di riflessione e indagine che è in grado di suscitare.



Margaret Fuller analizza sì la condizione della donna, e non solo di quella statunitense ma anche di quella europea e dell'antichità, ricavandone non tanto i motivi culturali di assoggettamento, quanto le misure con le quali questa situazione può, e deve, evolversi affinchè le donne stesse siano in grado di emanciparsi.

Quella di cui parla Fuller non è tuttavia una lotta da intraprendere contro il nemico- uomo ma bensì una crescita personale che la donna deve fare, un continuo lavoro da fare con se stesse per acquisire fiducia personale nelle proprie capacità, una presa di coscienza della donna: “la società dovrà essere educata e modificata da chi parla con autorità, non con rabbia e fretta1.

Fuller quindi auspica un'evoluzione della donna non con modalità violente, rabbiose ma con la fermezza di chi ha chiaro chi è e cosa vuole né dal voler però essere come un uomo “Se fossero libere (le donne), da sviluppare a pieno la forza e la bellezza propria delle donne, non desidererebbero mai essere uomini o come gli uomini"2.

La vera difficoltà secondo Margaret è proprio come arrivare a questo obiettivo: “la difficoltà sta nel portare al punto di sviluppare naturalmente il rispetto di se stesse e la domanda è come ottenere questo risultato3.




Le donne infatti “nella schiavitù, la schiavitù riconosciuta, le donne sono alla pari con gli uomini4 la donna è schiava quindi al pari dell'uomo ma perciò “come l'amico dell'uomo nero ritiene che un uomo non possa tenere un altro in prigionia, l'amico della donna dovrebbe ritenere che l'uomo non può per diritto, porre restrizioni alla donna neanche se con buone intenzioni5.
Fuller ritiene quindi che la donna si trovi nella stessa condizione di schiavitù che condiziona l'esistenza dei/lle neri/e e auspica una liberazione per entrambi, alle donne augura “di crescere come essere, di percepire come intelletto, di vivere liberamente come anima e, una volta priva di impedimenti, di sfruttare a pieno le facoltà che le furono assegnate6. E incalza “le donne devono smetterla di rivolgere agli uomini le loro richieste e di essere influenzate da loro, ma ritirarsi in se stesse, ed esplorare le fondamenta dell'esistenza finché non trovano il loro segreto originale. Allora quando riemergeranno, rinnovate e battezzate, sapranno come trasformare i rifiuti in oro7 quindi “lasciate che si liberi dalla pressione delle altre menti e che mediti in una solitudine illibata8.


La grandezza del suo pensiero investe però anche l'uomo perchè come visto per Fuller l'uomo non è un nemico ma piuttosto un compagno che è anch'esso condizionato e limitato “anch'essi subiscono il giogo della schiavitù dell'abitudine9 infatti, continua “si può dire che neanche l'uomo abbia una vera opportunità, le sue energie sono represse e distorte dall'intervento di ostacoli artificiali ma egli ha creato da solo quegli ostacoli10 perchè se è vero che “per quanto compiuta solo in maniera imperfetta, (l'idea dell'uomo) lo è stata comunque molto più dell'idea della donna...11.


Analizza il matrimonio e delinea vari tipi di rapporti familiari presenti e auspicabili tra uomo e donna, fino a regalarci una sorprendente analisi sulla natura stessa del maschile e del femminile che risulta più moderna della concezione che é attualmente percepita o considerata.

Quindi la donna ma anche l'uomo devono evolversi in un continuo miglioramento di se stessi, da qui il titolo dell'opera, alla ricerca delle proprie inclinazioni e coltivando l'intelletto in una costante ricerca personale, un percorso che porta alla vera realizzazione personale ed intellettuale di ogni anima, esplicitata nella libertà, così che “il Divino ascenderebbe nella natura a un'altezza ignota per la storia delle epoche passate...per generare un'incantevole armonia12, “ci sarebbe armonia nella varietà, accordo nella differenza13.

Margaret Fuller d'altronde non voleva altro se non che la donna camminasse da sola “evitando di prendere cammini che non siano rischiarati dai suoi raggi. La vorrei libera dal compromesso, dalla compiacenza, dall'impotenza, perchè la vorrei abbastanza capace e forte da amare un essere e tutti gli esseri, nella pienezza e non nella povertà dell'esistenza14.

Vedeva un mondo in cui “ogni barriera fosse abbattuta. Vorremmo che ogni strada, ogni percorso, fosse libero e aperto per la donna quanto lo è per l'uomo15 perchè infatti “quando gli uomini cominciano a rendersi conto che non tutti gli uomini hanno avuto le stesse opportunità, essi sono propensi a dire che nessuna donna ha avuto una vera opportunità16.


L'uomo contro gli uomini. La donna contro le donne. La grande Causa
2016
pagg. 130


ISBN 9788897011590

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L'autrice Margaret Fuller: Nell'introduzione, affidata a Maristella Lippolis troviamo delineata la figura di questa straordinaria donna, straordinaria perchè quello che fece nella sua vita, e forse anche come finirla, lo scelse lei.

Il ritratto, appassionato e affettuoso, che ci regala Lippolis delinea una donna che ha lottato per scegliere e che rivendica la stessa libertà di scelta per ogni donna. Rifiuta infatti il ruolo di brava donna di casa perchè ama lo studio e la letteratura e quando rimane orfana di padre, ed è l'unica a poter provvedere ai suoi fratelli e a sua madre, diventa maestra e insegna ad altre donne nella scuola di Almos Bronson Alcott, il papà di Louisa May Alcott, ma le continue aspettative che sua madre le addossa la spingono ancora di più a cercare una sua realizzazione personale, dopo anni di aiuti alla famiglia.
Viaggia e lascia i suoi ricordi in un'opera per la quale entra nelle sale della Biblioteca di Harvard, prima volta per una donna, e si documenta sui libri di viaggio.
Negli anni 1840 abbraccia a Boston la fede trascendentalista e diventa redattrice del suo organo di stampa, il giornale The Deal per il quale pubblica numerosi contributi tra cui quello che sarà la base del suo grande successo “Women of the Nineteeth Century” in cui teorizza l'autodeterminazione femminile17. Un concetto anche oggi assai lontano dal realizzarsi. In poche settimane l'opera è esaurita e deve essere ristampate più e più volte.

Margaret viene incaricata dal New York Tribune di occuparsi di cronaca e inchieste, diventando la prima giornalista a mantenersi con il proprio lavoro. Viene nominata reporter estera, prima donna, e mandata a Londra, Parigi dove diventerà amica di Mazzini e poi a Roma allo scoppio della rivoluzione del '48.
A questa sua esperienza dobbiamo ciò che ci rimane delle cronache di quei giorni concitati, di lotte e sangue che devastarono Roma.

Ma proprio in questi giorni di violenza e morte Margaret invece conosce l'amore, l'aristocratico Angelo Ossoli che rinnegando le sue radici aristocratiche aveva scelto di far parte della Guardia civile e difendere la Repubblica. Dalla loro unione nasce Angelino e forse si sposano ma i continui scontri rendono chiaro che ormai la Repubblica non sopravvive e avendo anche difficoltà economiche, i due decidono di imbarcarsi per gli Stati Uniti. Lascia quindi la direzione dell'ospedale Fatebenifratelli di Roma a cui era stata nominata da Mazzini stesso e da Cristina di Belgioioso.

Con il marito e il figlio si imbarca quindi verso la sua patria natìa ma il destino non è affatto clemente e la nave commerciale sulla quale avevano rimediato un passaggio ben più economico delle navi di linea, a pochi metri dal porto di New York, affonda dopo essersi incagliato.

Annega così Margaret Fuller a poche onde dall'approdo, dalla salvezza, ingoiata dalle acque di un oceano che non lasciano scampo neanche a suo marito e a suo figlio, né all'ultima sua creatura: Le Cronache Romane.
Muore a quarant'anni, vittima di un destino che l'ha resa grande, indimenticabile e nonostante tutto comunque padrona del suo destino se, come raccontano alcuni testimoni, negli ultimi momenti della sua vita rimase bloccata come colta da rassegnazione e d'altronde essa stessa più volte appellandosi alle altre donne, sosteneva che era un impegno di tutte quello di impegnarsi ciascuna per la propria parte; e la sua, lei, la fece egregiamente:
Quante volte ancora dovrò raccontare su questo fatto, se vivrò ancora, cosa che non desidero affatto poiché sono molto stanca di battermi contro ingiustizie enormi; desidererei invece che qualche altra donna più giovane e forte di me si facesse avanti per dire ciò che andrebbe detto, o meglio ancora per fare ciò che andrebbe fatto18...








Note
__________________________________

1Margaret Fuller, L'uomo contro gli uomini, la donna contro le donne. La Grande Causa, a cura di Maristella Lippolis, traduzione di Giuseppe Sofo, Ortica editrice, 2016, pag.89.
2Pag. 76.
3Pag. 61.
4Pag. 76.
5Ibidem.
6Pag.57.
7Pag. 119.
8Pag.120.
9Pag. 118.
10Pag. 67.
11Pag. 43.
12Pag. 56.
13Pag. 71.
14Pagg. 117-118
15Pag. 56.
16Pag. 43.
17Pag. 10.
18Pag. 17.


venerdì 27 ottobre 2017

Un film di una donna a settimana per un anno?#52
















#52 Angeli d'Acciaio



Si conclude con il cinquantaduesimo film la rubrica di OG “un film di una donna a settimana per un anno”, ispirata alla campagna #52FilmsbyWomen della Women Film Festival, WIF.

Un anno fa l'inizio, e non sembra proprio passato così tanto, e concludiamo riprendendo il filo iniziale con questo film, capostipite un po' del genere, sulle rivendicazioni dei diritti delle donne.
Nato per la tv americana, per la regia di Katja Von Garner e sceneggiato da Sally Robinson, è uscito nel 2004 e ha fatto incetta di premi tra cui miglior attrice non protagonista e nomination come miglior film tv.

Nel cast attrici del calibro di Hilary Swank che sfiora il Golden Globe Award come miglior attrice protagonista, che poi vinse l'Oscar per Million Dollar Baby, Anjelica Huston, miglior attrice non protagonista, Frances O' Connor e Patrick Dempsey.


Trama: Siamo negli Stati Uniti nei primi del'900 e le donne stanno ancora cercando di farsi prendere sul serio dalla politica che, rimasta indifferente alle rivendicazioni ottocentesche delle donne per il voto femminile, ha da tempo invece riconosciuto diritti alle persone di colore.
Una nuova generazione di suffragette si fa avanti cercando inizialmente di coordinare un'azione con la “vecchia guardia” di femministe come Carrie Chapman Catt. Presto però le differenze di approccio alla rivendicazione saranno tali per cui le “nuove leve”, capeggiate da Alice Paul, Hilary Swank, creeranno una loro base e movimento: il Partito Nazionale delle Donne- National Women's Party, nel 1916.


Alice Paul infatti usa mezzi ritenuti troppo aggressivi da Carrie Chapman, fondatrice della Associazione Nazionale per il Suffragio delle Donne Americane- NAWSA : cortei, manifestazioni, dimostrazioni con volontarie da ogni parte del paese e perfino amazzoni a cavallo che sconcertano l'ala più tradizionalista del movimento convinta ancora dei mezzi “classici” delle petizioni e raccolte firme. 
Alice Paul e Lucy Burns iniziano invece un picchetto costante e organizzato davanti alla Casa Bianca finché il presidente Wilson non decide di porre fine con la forza della polizia a queste manifestazioni che scatenano risse e sommosse. Le suffragette infatti vengono derise, insultate, malmenate mentre la polizia fa finta di non vedere le violenze.


Le attiviste vengono arrestate per occupazione di suolo pubblico ma una volta in prigione subiscono vessazioni e soprusi e quando la stessa Alice Paul finisce dentro, la situazione degenera ulteriormente.
Alice inizia lo sciopero della fame, seguita dalle sue compagne, a questo punto la direzione penitenziaria, dopo metterla in isolamento nel reparto di malattie mentali, la alimenta a forza con sondini che dal naso raggiungono lo stomaco, provocando lacerazioni evidenti sul corpo di Alice e delle sue compagne.
Aiutata da una secondina però le violenze del carcere arrivano sui giornali nazionali, che le rinominano sì angeli ma dalle mascelle d'acciaio (titolo originale) e lo scandalo è inevitabile, anche lo scoppio della Guerra non riuscirà a metterlo in secondo piano, anzi la condizione femminile è ormai mutata proprio in base alla guerra e questa è una realtà ormai evidente per tutta la società...finalmente, seppur fino all'ultimo voto, nel 1920 le statunitensi ottengono il diritto di voto, con grande soddisfazione anche delle più tradizionaliste.

Scelto perché: questo film come detto è stato il capostipite anche del più recente “Suffragette”, ambientato durante le rivendicazioni politiche inglesi, che tanto ha colpito l'opinione pubblica e rilanciato anche in questi ultimi tempi il tema sui diritti delle donne.

Credits: screenshot by opportunitàdiGenereOg
in base all'art. 70 Legge sulla protezione diritto d'autore 633/41
e successive modifiche

OG ci teneva quindi, dopo aver iniziato proprio con Suffragette questo percorso cinematografico dedicato alle donne, a concludere con una sorta di fil rouge ideale anche perché “Angeli d'acciaio” ha ispirato proprio l'esperienza e la nascita di Opportunità di Genere fin dai tempi universitari. Notate affinità cromatiche? Non sono affatto casuali, i colori di OG furono proprio ispirati da quelli delle “suffragette” di Alice Paul.



Titolo: Angeli d'Acciaio
Titolo originale: Iron Jawed Angels
Anno: 2004
Durata: 123 min.
Nazionalità: USA
Regia: Katja Von Garnier
Sceneggiatura: Sally Robinson
Cast: Hillary Swank, Angelica Hudston, Francis O' Connor, Patrick Dempsey.



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