giovedì 4 dicembre 2014

Giulia che "compose" il battesimo del femminismo, ottenne decorazioni regali e divenne commendatrice della Repubblica


Almanacco del 04 Dicembre:


"A Teatro", Auguste Renoir, 1876-1877.


Fu e resta una delle prime e in certi casi l’unica donna le cui composizioni sono state eseguite nei più importanti teatri del mondo, prodotta anche all’estero, fu decorata per la finezza dei suoi componimenti persino dai reali italiani; lei fu Giulia Recli.


Nata il 4 Dicembre 1884 a Milano, dal commendatore Luigi Recli, tra i membri fondatori del Banco Ambrosiano e da sua madre, la pianista Luisa Biancardi[1], la sua formazione artistica fu affidata ai più importanti maestri dell’epoca come Alessandro Bonci per lo studio vocale o Giovanni Maria Anfossi per lo studio strumentale, nello specifico lo studio del pianoforte e per la composizione ad Ildebrando Pizzetti.
Le sue prime opere risalgono agli anni ’10 del ‘900, nel 1914 la Scala di Milano le commissiona un’opera che troverà la sua realizzazione nel poema sinfonico, eseguito in primavera, dal titolo Alba dell’anima  e nel 1919 viene interpretata una sua cantata, su testo scritto dalla sorella  Maria, poetessa, al Politeama Rossetti di Trieste[2].
Il suo poema sinfonico, eseguito al Teatro Augusteo a Roma, e diretto dal magistrale Maestro Tullio Serafin con l’orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia, venne definito dal Giornale d’Italia “ una specie di battesimo del femminismo in musica ”, poiché per la prima volta il calendario teatrale proponeva il nome di una compositrice[3].
"La Loggia", Auguste Renoir, 1874.

Negli anni ’30 conosce e instaura con il direttore del coro della Scala, Vittore Veneziani[4], una lunga e proficua collaborazione che sarà interrotta solo dalla guerra mondiale e che riprenderà proficua solo alla fine di quest’ultima.

Durante gli anni ’50 viene eletta VicePresidente del Sindacato dei Musicisti Italiani[5] (SMI) mentre vince numerosi premi a livello internazionale tra cui uno a Basilea per Donne Compositrici con il suo Quartetto e nel 1955 uno a Trieste, “Arte”, con la canzone Campanelle[6]. Negli Stati Uniti le viene riconosciuto secondo e Primo premio nel concorso della Lega Musicale a New York con una lirica per canto e pianoforte dal titolo Canzone Villereccia[7]. Le sue opere furono molto apprezzate negli Stati Uniti, dove furono introdotte da note personalità quali l’illustre direttore d’orchestra Tullio Serafin e addirittura prodotte dalla Schirmer già negli anni ’30, ma non solo perchè furono  amate e suonate in tutto il mondo da importanti personalità musicali e nei più prestigiosi spazi: dal Metropolitan Opera di New York al Royal Albert Hall di Londra, alla Scala di Milano all’Opera di Brema e Budapest.

Dal 1951 al 1966 intanto diventa presidente della Lyceum di Milano e sfrutta la sua carica per organizzare corsi, concerti, premi musicali[8] per dare la possibilità a giovani talentuosi di poter studiare e farsi notare.
Nel 1965 l’esecuzione di uno dei suoi pezzi da parte dell’Orchesta della RAI viene celebrata come una notizia anche dal giornale musicale per eccellenza, Billboard[9] e
sempre in questi anni, i suoi ultimi, vede ricevere importanti riconoscimenti anche dallo Stato italiano per la sua attività artistica e filantropica, dopo essere stata negli anni passati decorata al merito per le sue composizioni perfino dalla Regina d’Italia[10], ora anche la Repubblica esalta e premia il suo lavoro con ben due riconoscimenti, unica compositrice a ricevere l’Ordine di Commendatrice della Repubblica[11]  nel 1964 e ancora nel 1969 pochi mesi prima che la grande compositrice si spegnesse il 19 Dicembre 1970 a Brivio, che ha fondato il gruppo musicale del paese “Giulia Recli”, in suo onore.

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Giulia Recli
Credits: Wikipedia








[1]Chi è?: Dizionario degli italiani di oggi”, FORMIGGINI A. F., Ed. Formiggini, 1928, pag. 403.
[2]Le Lombarde in musica”, Fondazione Adkins Chiti: Donne in Musica, Colombo, 2008, pag. 136.
[3] Ivi, pag. 135.
[4] Ivi, pag. 138.
[5] Ivi, pag. 141.
[6] Ibidem.
[7] Il Carroccio- The Italian Rewiev, vol. 18, pag. 70.
[8]Le Lombarde in musica”, Op. cit., pag. 141.
[9]Gal Writers are honored”, Billboard”, edizione del 4 dicembre 1965, pag. 22.
[10] Women of notes: 1000 women composers born before 1900, LAURENCE A., Ed. R. Rosen Press, 1978 , pag. 79.
[11]Donne in Musica”, ADKINS CHITI P., Ed. Armando, 1996, pag. 177.

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giovedì 27 novembre 2014

Chiara di merito, Margarita per eccellenza...




Federico Moja, 1821-1885
Credits: La Sacra Musica 

Nasceva oggi, 27 Novembre nel 1602, a Milano, una delle più conosciute ed apprezzate compositrici del 1600 italiano. Margarita Cozzolani infatti nasce in una ricca e benestante famiglia di mercanti e riceve, come tradizione, la sua educazione nell’ambito delle mura domestiche, tra le materie impartitele c’è anche la musica a cui pare già altamente dotata. Le sue capacità artistiche vengono affidate alla famiglia Rognoni, noti e stimati maestri di musica strumentale e vocale dell’epoca. Ma Margarita vedrà la possibilità di sfruttare le sue doti musicali non tanto al chiuso di un buon salotto familiare o maritale quanto al riparo di un chiostro, infatti come altrettanto d’usanza dell’epoca, preceduta da zie e sorella, Margarita si vedrà benedettina del Convento di Santa Radegonda, vicino al Duomo, nel 1620, a diciotto anni, e verrà consacrata con il nome da lei scelto di Chiara.

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Questa nuova condizione di monaca però non le impedì di impiegare i suoi talenti nell’ambito della sua esperienza claustrale, d’altronde non si sa con certezza il valore della sua vocazione che quindi non può essere negata a priori. Nel suo convento Suor Chiara quindi si adoperò ad un lavoro di ritrattazione musicale, riorganizzando i Canti, i Salmi, i Vespri delle funzioni religiose con una tale ricercatezza e complessità da richiamare intere folle al Convento per assistere alle esecuzioni di quelle suore definite da un contemporaneo: “[…] sotto le nere spoglie sembrano à chi le ascolta, candidi, armoniosi cigni, che, e riempiono i cuori di maraviglia, e rapiscono le lingue à loro encomij”[1]



In effetti la fama della sua bravura come compositrice le valse la possibilità di  pubblicare ben quattro opere che purtroppo non sono tutte giunte fino a noi.

La particolarità dei suoi arrangiamenti stava nel fatto che le sue opere presentavano ben tre metriche per altrettanti ritornelli che si andavano a fondere con la sinfonia e i versi in doppi o tripli tempi; Suor Chiara usava molto dividere le sue composizioni in parti che prevedevano due violini, due soprani, due tenori e un basso continuo.[2]



"Visita del Cardinale", Salvatore Frangiamore, 1853.
Credits: Galleria Recta
La sua attività musicale tuttavia si convoglia tra il periodo che va dal 1640 al 1650 poiché eletta Badessa di Santa Radegonda si concentra sugli impegni e responsabilità che la nuova carica le impone e probabilmente  o per sottrarre il suo convento a spiacevoli situazioni o per venire incontro al Cardinale Alfonso Litta che poteva intervenire se non si fosse morigerato l’uso della musica nelle chiese, la sua attività si interruppe.


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Suor Chiara, Maragarita Cozzolani, morirà, in convento, presumibilmente tra il 1676 e il 1678.


Di lei e del lustro che la sua musica portava al suo convento, rimane un panegirico di Filippo Picinelli dell’ “Ateneo dei Letterati Milanesi” nel 1670 in cui scrive:

 “Le monache di Santa Radegonda di Milano, nel possesso della musica sono dotate di così rara isquisitezza, che vengono riconosciute per le prime cantatrici d'Italia. […]. Frà quelle religiose, merita sommi vanti Donna Chiara Margarita Cozzolani, Chiara di nome, ma più di merito; e Margarita, per nobiltà d'ingegno, rara, ed eccellente, che se nell'anno 1620. ivi s'indossò quell'habito sacro, fece nell'essercitio della musica riuscite così grandi; che dal 1640. fino al 1650. hà mandato alle stampe, quattro opere di musica”.





Opere:
  • Primavera di fiori musicali a 1. 2 . 3. 4. voci,dedicata all’Eminentissimo Cardinal Monti Arcivescovo di Milano, Milano, 1640, perduta;
  • Mottetti a 1. 2. 3. e 4 voci al Serenissimo Principe Mathias di Toscana, Venezia, 1642;
  • Scherzi di Sacra Melodia, Venezia, 1648;  perduto;
  • Salmi à otto voci concertati con Mottetti et dialoghi a 1. 2. 3.4.e 5. voci all’Illustrissimo Monsignor Badoaro Vescovo di Cremona, Venezia, 1650.


Bibliografia:


PICCINELLI F., “Ateneo dei Letterati Milenesi”, Ed. F. Vigone, 1670.

KURTZMAN J., a cura di, “Vesper and Compline Music for Four Principal Voices: Agostino Agazzari, Giovanni Francesco Anerio, Giovanni Battista Biondi da Cesena, Maurizio Cazzati, Antonio Cifra, Chiara Margarita Cozzolani, Bonifazio Graziani, Giovanni Legrenzi, Isabella Leonarda, Tarquinio Merula, Lodovico Viadana”, Ed. Routledge, 2014.



[1] PICCINELLI F., “Ateneo dei Letterati Milenesi”, Ed. F. Vigone, 1670.
[2] KURTZMAN J., a cura di, “Vesper and Compline Music for Four Principal Voices: Agostino Agazzari, Giovanni Francesco Anerio, Giovanni Battista Biondi da Cesena, Maurizio Cazzati, Antonio Cifra, Chiara Margarita Cozzolani, Bonifazio Graziani, Giovanni Legrenzi, Isabella Leonarda, Tarquinio Merula, Lodovico Viadana”, Ed. Routledge, 2014.

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giovedì 16 ottobre 2014

L'eretica teologista


Almanacco del 16 ottobre:


Miniatura medievale francese, tre donne, 1380.




In questo giorno nasce nello Stato di New York, Mary Daly, teologa, filosofa, femminista che dopo essersi laureata in Lingua Inglese e religione all'università dell'Indiana decide di trasferirsi in Svizzera, a Friburgo, per poter frequentare un dottorato in teologia poiché negli Stati Uniti era precluso alle donne.

Precoce femminista di stampo radicale nel 1958 scrive un articolo sul sessismo presente nella Chiesa, intitolato "Un pregiudizio insito" da cui poi scaturirà un intero libro sull'argomento, il suo primo: "La Chiesa e il secondo sesso", parafrasando il libro della De Bouvoir.
Mary Daly
Credits: All that is solid
In questo testo la Daly annoterà tutte le sue riflessioni nate anche dalla sua presenza ad alcune sedute del Concilio Vaticano II, tra cui la disparità di presenza, atteggiamenti e di vestiario riservato agli uomini e alle donne, numerosi, spavaldi e con vestiti cangianti i primi, scarse, meste e vestite di nero le seconde.

Insegnante presso un' Università di Gesuiti, venne licenziata all'uscita del libro ma poi dovette essere reinserita a pieno titolo per le proteste nate a seguito del provvedimento.
Nel libro la Daly, teologa, sostiene che la Chiesa è un ulteriore strumento con cui si assoggettano le donne, per mezzo del quale si perpetua l'oppressione femminile e che la Chiesa cattolica necessita quindi di un rinnovamento che tuttavia la Daly non crede possibile.
Il suo secondo libro, “Al di là di Dio padre. Verso una filosofia della liberazione delle donne”, analizza le figure bibliche e evangeliche della Chiesa mettendo in luce quanto la visione "religiosa" sia incentrata sulla figura dell'uomo da cui deriverebbe la donna, un concetto tuttavia innaturale, usato solo per ribadire e procedere alla subordinazione della donna nella società al servizio dell'uomo. Una donna che deve essere quindi mesta e a disposizione del maschio per essere una creatura con valenza positiva mentre ad una donna che si afferma e che è in grado di opporre al potere maschile una sua volontà e capacità si riconosce solo un valore negativo e in quanto tale da combattere, ecco la necessità di "cacciare" le streghe e le guaritrici che nella società medievale avevano un qualche potere che inficiava in qualche maniera quello della Chiesa.

Nel 1999 viene definitivamente licenziata per non aver accettato di insegnare in classi miste, preferendo un metodo didattico a classi separate.
Torna quindi stabilmente in Svizzera, continuando a viaggiare e a tenere incontri sulle tematiche femministe in Europa e negli USA.
Prolifica scrittrice, femminista radicale, pubblica importanti libri che vengono tradotti in italiano solo con difficoltà.
Uno di questi è il suo penultimo: "Quintessenza. Realizzare un futuro arcaico: un manifesto femminista radicale elementare” in cui la Daly immagina che l'umanità, vittima di se stessa, viene punita da una natura messa nei secoli a dura prova dal comportamento scellerato dell'uomo. In questa nuova dimensione in cui a causa di uragani, carestie, maremoti, parti di territorio terrestre sono state sommerse, città e nazioni sono scomparse e anche il patriarcato che distingueva la società pre-catastrofe viene spazzato via e le donne sono quindi libere di ritrovarsi e ricostruirsi senza modelli, preconcetti e stereotipi sessisti.
E’ morta nel 2010 nel Massachusetts, il 3 gennaio.


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Opere:

Natural Knowledge of God”, in the ‘Philosophy of Jacques Maritain’, Officium Libri Catholici, 1966;
The Church and the Second Sex”, Harper & Row, 1968;
Beyond God the Father: Toward a Philosophy of Women's Liberation”, Beacon Press, 1973;
Gyn/Ecology: The Metaethics of Radical Feminism”, Beacon Press, 1978;
Pure Lust: Elemental Feminist Philosophy”, Beacon Press, 1984;
Websters' First New Intergalactic Wickedary of the English Language, Conjured in Cahoots” with Jane Caputi, (con Jane Caputi e Sudie Rakusin), Beacon Press, 1987;
Outercourse: The Bedazzling Voyage, Containing Recollections from My Logbook of a Radical Feminist Philosopher”, Harper, San Francisco, 1992;
Quintessence. Realizing the Archaic Future: A Radical Elemental Feminist Manifesto”, Beacon Press, 1998;
Amazon Grace: Re-Calling the Courage to Sin Big”, Palgrave Macmillan, 2006.

Opere tradotte in Italiano:

La Chiesa e il secondo sesso”, Milano, Rizzoli, 1982.
Al di là di Dio padre. Verso una filosofia della liberazione delle donne”, Roma, Editori Riuniti,1990.
Quintessenza”, Venezia, Venexia, 2005.

Bibliografia:
Un vulcano nel vulcano. Mary Daly e gli spostamenti della teologia”, a cura di Tommassone L., Effata, 2012.


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mercoledì 15 ottobre 2014

Isabella, l'avventuriera dell'estremo West


Almanacco del 15 ottobre:




Isabella Bird  indossa indumenti cinesi
durante il suo soggiorno in Manciuria, 1899.



Un’antesignana dei moderni reporter che scelse il viaggio e l’avventura invece della sedentaria vita che l’aspettava a casa. Scelse i tramonti dell’oriente, i deserti rocciosi, le campagne sterminate come compagni...questo animo libero, rese onore al suo cognome perchè come un uccello si spostò e viaggiò sempre in quei paesi sconosciuti a volte inospitali ma di cui non riusciva a fare a meno, lei fu, Isabella Lucy Bird.


Nata in Inghilterra il 15 ottobre 1831 da un pastore anglicano costretto a cambiare spesso residenza e così la sua famiglia, Isabella non ricevette un’istruzione costante ma questo non le impedì di poter conoscere e interpretare il mondo.

Alla fine del 1800 il suo nome era una firma che garantiva ai periodici e ai giornali un racconto avvincente, “un marchio di garanzia” dopo decenni di resoconti e reportage.
Fu la prima donna ad essere introdotta nel 1892 nella Royal Geographical Society e qualche anno più tardi, nel 1897, eletta membro della Royal Photographic Society.

Il suo primo viaggio venne dall’occasione che le diede un’operazione alla schiena nel 1850 quando andò a visitare dei parenti emigrati negli Stati Uniti e da lì, l’anno dopo si spostò, anche in Canada. Da questa esperienza di diversi mesi prese spunto per scrivere la sua prima opera “The Englishwoman in America”, pubblicato però solo sei anni dopo e in forma anonima.
La famiglia si trasferì poi ad Edimburgo, nel 1858, dopo la morte del padre ed Isabella cominciò a viaggiare per la Scozia, rivendendo i suoi articoli ai periodici.
La sorella Hanrietta, di carattere opposto ad Isabella, molto sedentaria e riservata decise di trasferirsi sull’isola di Mull nel 1868 alla morte della loro madre. Isabella intollerante ad una vita di regolarità e formalità decise invece di sovvenzionare la sua vita girovaga con opere ed articoli da rivendere a periodici e quotidiani specializzati. Così nel 1872 salpò in direzione dell’Australia dove però non si sentì particolarmente attratta dai luoghi, proseguì il viaggio per le isole Sandwich, oggi le Hawaii, dove scalò il vulcano Mauna Loa e rese omaggio alla regina Emma Kaleleonalani; queste esperienze e molte altre vennero racchiuse nel suo secondo libro “The Hawaiian Archipelago”.

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Il ricovero di Isabella Bird nelle Montagne Rocciose.
La sua esperienza negli Stati Uniti proseguì poi in Colorado, l’ultimo stato unitosi alla Federazione, di cui Isabella aveva sentito parlare come un luogo dall’aria salubre e terapeutica, qui nel 1873 a cavallo, cavalcando alla maniera maschile, volle vedere e saggiare il deserto roccioso nelle Montagne Rocciose. Il suo legame con la sorella rimasta in Inghilterra fu, nonostante la differenza di carattere e di stili di vita, sempre molto buono e solido e proprio in questo periodo la loro corrispondenza fu molto fitta tanto che fu inizialmente pubblicata sul periodico ‘Leisure Hour’ e poi convogliò nel suo terzo libro, il più conosciuto, “A Lady’s Life in the Rocky Mountains”. Durante il soggiorno in questa regione del Colorado conobbe anche l’avventuriero e losco ‘Rocky Mountain Jim’, per gli amici "Mountain Jim", Jim Nugent di cui parlerà anche in più di una lettera alla sorella descrivendolo come l’uomo di cui ogni donna si innamorerebbe ma che nessuna sana di mente sposerebbe, in effetti poi Jim rimase ucciso in una sparatoria pochi mesi dopo la partenza di Isabella: "Mi ripeteva alcuni poemi di grande merito che aveva composto, e mi raccontava di più della sua vita. Sapevo che nessun altro avrebbe potuto parlargli così, e per l'ultima volta lo misi sull' avviso di cambiare il suo stile di vita, cominciando dall'abbadonare il whisky , cominciando dal dirgli che disprezzo uomini con questo vizio. 'Troppo tardi! Troppo tardi!, mi rispondeva sempre. [...] l'ho visto con un'eccezione singolare, una gentilezza, una correttezza e una squisitezza di modi che sorprenderebbe in ogni uomo, ma specialmente in un uomo associato solamente alla rudezza dell'uomo del West" tanto che all'ufficio postale aspettando i francobolli, un' avventrice  " creò un' occassione per chiedermi se era vero che il gentleman con me  fosse "Mountain Jim", e aggiunse che una persona così gentile non poteva essere colpevole dei misfatti attribuitigli".
Isabella si innamorò però effettivamente di questi posti per quanto impervi, poco accoglienti e disadorni di ogni comodità, così scriveva infatti alla sorella in Settembre: " Non so davvero come andare avanti, non c'è un tavolo, un letto, non una vasca, nè asciugamani, nè bicchieri, nè finestre, nè fissaggio alla porta, il tetto ha buchi, i tronchi non sono stati tagliati, e  dulcis in fundo una delle estremità della capanna è stata parzialmente rimossa! La vita è stata ridotta ai minimi termini" ,  ma i sogni hanno un prezzo e Isabella lo sa bene: " Qui la vita è rude, più ruvida di quella che ho mai visto prima, e le persone hanno facce e modi che mi repellono, ma se posso resistere qualche giorno, potrei, ho pensato, andare a vedere i canyons e tutte le altre difficili zone a Estes Park, che sono diventate lo scopo del mio viaggio e delle mie speranze. Quindi ho deciso di restare". E Isabella riesce ad avere ciò che cercava se dopo pochi giorni scrive alla sorella descivendo le Montagne, i canyons e il paesaggio circostante:
"Lo scenario da qui su é glorioso, combina sublime e bellezza...Non é una regione per turisti nè donne, solo per qualche cacciatore di alci ed orsi, e questa freschezza improfanata mi da nuova vita". ed ancora: "E' una vista a cui non c'è bisogno di aggiungere altro. E' davvero 'la loggia nella vasta zona selvaggia' per la quale spesso si sospira quando si è in pieno trambusto sordido e banale'. Diversamente dal Dott. Johnson, 'queste mostruose protuberanze' 'infiammano l'immaginazione ed elevano la comprensione'. Questo scenario soddisfa la mia anima. Ora, le Montagne Rocciose realizzano, anzi, il sogno della mia infanzia"*.

Non paga nonostante tutto dell’avventura statunitense, si imbarcò dagli Stati Uniti per far rotta verso l’estremo oriente. In Giappone,  dove regnava il filo occidentale imperatore Meiji, percorse a cavallo la parte settentrionale dell’isola di Hokkaido, soggiornando per sette mesi nel 1878, presso la popolazione degli Aiun, per poi dirigersi verso Hong Kong, Canton, Saigon e Singapore. Da questa lunga esperienza tra il Giappone, la Cina, il Vietnam, Singapore e la Malaysia, nacque il libro “Unbeaten tracks in Japan” del 1880.
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Rientrando finalmente in Inghilterra apprese della salute inferma della sorella che morì di lì a poco, solo allora nel 1881, quasi cinquantenne, decise di sposarsi con il medico della sorella, John Bishop.
Il matrimonio durò fino alla morte di lui nel 1886, qualche anno dopo, nel 1888 pur non essendo in buona salute e forse proprio per riprendersi volle visitare un altro paese che le interessava molto, l’India. Negli anni precedenti, avendo da sempre una salute precaria, aveva voluto studiare medicina e in questo ulteriore viaggio voleva mettere a frutto queste nozioni, proponendosi anche come missionaria. Qui fondò l’Henrietta Bird Hospital ad Amritsar in onore della sorella e il John Bishop Memorial Hospital a Srinigar in memoria del marito. Si spinse fino in Kashmir e a Ladakh al confine con il Tibet, anche se durante il tragitto cadde e si fratturò le costole. Nel percorso conobbe il maggiore Herbert Sawyer che era diretto in Persia, così si aggregò alla spedizione e insieme attraversarono il deserto arrivando a Tehran dove lasciò il suo compagno di viaggio e proseguì a settentrione, per il Kurdistan e la Turchia. L’esperienza di questo viaggio convogliò nel libro “Jouneys in Persia and Kurdistan” e nel 1894 uscì anche “Among the Tibetans”, il suo resoconto del viaggio in Tibet, in cui descrive gli abitanti dell'area come le persone più piacevoli mai incontrate, e donandoci una descrizione dettagliata, come solo lei può fare, delle loro cerimonie, dei loro templi, delle loro usanze, descrivendoci di fatto un tempo ormai perduto.


"Generali di Pyongyang catturati vivi", 
di Migita Toshihide, October 1894
Nel 1894 partì nuovamente per il Giappone e poi per la Corea dove rimase per mesi , fino allo scoppio della guerra sino- giapponese. Si rifugiò in Manciuria dove riuscì a scattare delle foto ai soldati diretti al fronte, tornò quindi in Corea per documentare la devastazione della guerra e nel 1896 risalì il fiume Yangtze e Han, in Cina l’uno e in Corea l’altro, ma nella provincia del Sichuan fu imprigionata in una casa che poi fu data alle fiamme dalla folla, si salvò in extremis grazie all’intervento di una truppa di soldati, quindi riuscì ad arrivare in Tibet dove si diresse in patria nel 1897 e dove ebbe la tranquillità per poter riportare questa inquietante esperienza nel libro “The Yangtze valley and Beyond” del 1900. L’anno seguente volle visitare il Marocco dove rimase per alcuni anni e dove visse con le comunità berbere e dove il sultano volle regalarle uno stallone nero. Tornò quindi in Inghilterra nel 1904 in vista di un altro viaggio in Cina, ma si ammalò e morì il 7 ottobre ad Edimburgo. Finì così il lungo cammino di colei che scelse una vita fatta di tracciati, percorsi e tragitti, si spegneva nella sua patria dopo una vita di avventura solitaria in giro per il mondo.

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Opere:

The Englishwoman in America”, 1856;
The aspects of religion in the United States of America”, 1859;
Pen and Pencil Sketches Among The Outer Hebrides”, in ‘The Leisure Hour’, 1866;
Notes on Old Edinburgh”, 1869;
The Hawaiian Archipelago”, 1875;
The Two Atlantics”, in ‘The Leisure HourT’, 1876;
Australia Felix: Impressions of Victoria and Melbourne”, in ‘The Leisure Hour’, 1877;
A Lady's Life in the Rocky Mountains”, 1879;
Unbeaten Tracks in Japan”, 1880, Volume 1
Sketches In The Malay Peninsula”, in ‘The Leisure Hour’, 1883;
The Golden Chersonese and the Way Thither”, 1883;
A Pilgrimage To Sinai”, in ‘The Leisure Hour’, 1886;
Journeys in Persia and Kurdistan”, 1891;
Among the Tibetans”, 1894;
Korea and her Neighbours”, 1898
The Yangtze Valley and Beyond”, 1899;
Chinese Pictures: notes on photographs made in China”, 1900;
Notes on Morocco”, in ‘The Monthly Review’, 1901


Opere tradotte in lingua italiana:

Una Lady nel West. Tra pionieri, serpenti e banditi sulle Montagne Rocciose”, EDT editore, Torino, 1998.




* Tutti i brani sono tratti da "A Lady's Life in The Rocky Mountains"; traduzione a cura di Silvia Palandri.


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giovedì 9 ottobre 2014

L'astratta realista


Almanacco del 9 Ottobre:




Carla Accardi
Fonte: Unione Femminile 






Oggi nasceva colei che riuscì a "realizzare" l'astrattismo: Carla Accardi. Figura emblematica dell'arte italiana del secondo dopo guerra, impresse un nuovo corso all'arte italica, come artista e come donna.


Nacque il 09 Ottobre 1924 a Trapani, dopo il liceo si trasferì a Palermo per frequentare l'Accademia di Belle Arti e nel 1946 a Roma, dove frequenta l'intellighenzia dell'epoca, venendo a contatto con illustri rappresentanti della vita intellettuale romana. L'anno seguente, con un gruppo di colleghi quali Attardi, Guerrini, Turcato, Perilli, Dorazio, Maugersi e Sanfilippo, che diventerà suo marito, firma, sola donna, il Gruppo Forma 1, movimento dell'astrattismo italiano che cerca di coniugare realismo e astrattismo, che cerca cioè di andare  oltre ogni forma di astrattismo puramente formale.

Il Gruppo Forma 1, 1947.
Fonte: Wikipedia


Due anni dopo inizia per lei l'esperienza delle mostre, dapprima con il gruppo e poi la sua prima personale a Roma nel 1950, viaggia poi in italia e all'estero, a Parigi frequenta l'Accademia e i più importanti artisti dell'epoca.


La sua produzione artistica, improntata all'astrattismo dei segni,  richiama ad un rifiuto del linguaggio, un linguaggio che non appartiene ma viene ed è stato imposto, è un linguaggio atavico di tradizione patriarcale nel quale l'artista non si sente rappresentata, e da qui la necessità di un percorso personale alla ricerca di una propria capacità espressiva che culminerà, negli anni '60,  nella ricerca di colore che caratterizzerà la sua produzione artistica, emblema di una ricerca di se stessa, di un se' sommerso a cui non è stata data la possibilità di esprimersi e di cercare un proprio linguaggio comunicativo. 



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Questa ricerca artistica si affianca, in questo periodo della sua vita, al movimento femminista e dall'incontro con Carla Lonzi nascerà nel 1970 "Rivolta Femminile" ma già pochi anni dopo, nel 1973, le loro posizioni, divergenti su come vivere ed interpretare il mondo artistico, si evidenzieranno al punto tale che la Accardi lascerà "Rivolta Femminile" e con la Colucci, la Santoro e altre artiste fonderà nel 1976 la Cooperativa Beato Angelico che diventerà subito un punto di riferimento importante per la creatività romana al femminile ma che vede anch'essa una fine molto rapida, infatti già nel 1978 anche l'esperienza della Cooperativa terminerà.


Negli anni '80 la produzione artistica della Accardi si riavvicina al dipinto su tela, lasciato in disuso negli anni addietro in favore di altre tecniche espressive come grandissimi teli e geometrie, negli anni '70, quelli del suo coinvolgimento nel movimento femminista, e strumenti invece più materici, nella fattispecie la plastica, negli anni ancora prima, gli anni '60.


La sua continua evoluzione artistica si mostra ancora una volta nel 1993 alla Biennale di Venezia a cui partecipa al Padiglione Italia, nel 1996 poi viene eletta membro dell'Accademia di Brera e l'anno seguente viene nominata tra gli esperti incaricati di realizzare la XLVII Biennale di Venezia, per poi vedersi dedicare l'anno seguente, dalla propria città, una retrospettiva personale.



Sentitasi male e ricoverata all'ospedale, Carla Accardi muore nel febbraio 2014. Le sue esequie sono state svolte in Campidoglio a Roma dove si è spenta una grande rappresentante del mondo artistico italiano, del movimento femminista italiano, che ha saputo con la sua arte, sempre in itinere, sollevare e proporre questioni artistiche e sociali ancora aperte, alle quali essa stessa, il suo cammino artistico, mai concluso, non hanno trovato risposte certe, la certezza, infatti era per lei una prerogativa dell'ansia maschile come si legge nel ricordo di Maria Luisa Boccia, ma a cui certamente una valida risposta ha dato: il conciliare una grande figura d'artista con quella di grande donna del suo tempo.



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mercoledì 8 ottobre 2014

La Lady di ghiaccio, Mary Engle Pennington

Almanacco del 08 ottobre:


Credits: Wikipedia


Lo usiamo tante volte al giorno, per molti è uno scrigno che cela meraviglie vicine e lontane, è un sollievo per alcuni e una sofferenza per altri ma senza di lui non si può proprio stare e la sua storia è strettamente legata a quella di una donna, la dottoressa Mary Engle Pennington.

Mary Pennington nacque a Nashville nel 1872,  l’8 ottobre, e si trasferì con i suoi in Pennsylvania ancora da piccola. Iscrivendosi nel 1890 all’università della Pennsylvania poté approfondire l’amore per la chimica che l’aveva portata sin dall’adolescenza ad interessarsi della materia. Integrò gli studi con gli insegnamenti di botanica e zoologia e nel 1892 terminò gli studi ma non poté laurearsi poiché all’epoca quell' università non riconosceva appieno l’iter degli studi alle donne e quindi, a Mary, poté essere semplicemente dato un attestato di frequenza.
Solo qualche anno dopo, nel 1895 l’università concesse il titolo di dottore di laurea anche alle donne e Mary fu finalmente insignita del titolo di studio ma non solo, fu nominata anche professoressa per l’anno accademico 1895-96 della cattedra di botanica. L’anno successivo vinse inoltre una borsa di dottorato di ricerca biennale all’università di Yale per approfondire i processi fisiologici e dove seguì progetti di ricerca insieme a Lafayette Mendel.
Nel 1898 divenne direttrice del Laboratorio Clinico alla Women’s medical College della Pennsylvania e fino al 1901 fu ricercatrice presso l’Università della Pennsylvania nel dipartimento di igiene e come batteriologa presso L’ufficio della Sanità di Philadelphia. Queste esperienze le permisero di accumulare conoscenza ed esperienza in ambito alimentare e igienico che userà quando, dopo il Food and Drug Act, per il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti, si occuperà, come chimica, del Food Research Laboratory nel 1907 in forza del quale riuscirà a far adottare maggiori sicurezze alimentari per i polli destinati all’alimentazione umana, e farà migliorare il trasporto e la conservazione, sempre in termini di norme igieniche, dei prodotti lattiero-caseari.

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Il suo grandissimo contributo però lo diede quando per la United States Food Administration sotto la guida di Herbert Hoover, si occupò della progettazione di un carro merci refrigerato che ben presto la spinse ad occuparsi dell’intero processo di conservazione degli alimenti in un’ epoca in cui ormai la città stava diventando estremamente urbanizzata e i prodotti arrivavano da località vicine o lontane ma non più dall’orto di casa.
Fonte: Internet
Quando nel 1906 fu approvato il Food and Drug Act, Mary divenne lo strumento più proficuo con il quale la legge poté dare i suoi frutti. Questa legge infatti fu emanata per venire incontro alle nuove esigenze del mercato che si era ingrandito, de localizzato e offriva ormai ai cittadini prodotti su larga scala, nasceva quindi l’esigenza di assicurare sì un giusto rifornimento delle merci ma soprattutto un processo di norme igieniche e salutari dei cibi deperibili, come formaggi, uova, pesce o carni. La sua attenzione quindi si spostò presto dalla refrigerazione nel trasporto a quella casalinga. Così nel 1919 lavorò per l’azienda American Balsa e nel 1922 si mise in proprio con attività di consulenza, fondando l’Household Refrigeration Bereau con lo scopo di predisporre una serie di campagne e procedure di sensibilizzazione ed educazione della popolazione riguardo la refrigerazione domestica. Pubblicò quindi una serie di opuscoli sulla sicurezza alimentare anche grazie all’aiuto e supporto della ‘NAII’ National Association of Industries Ice, che le valse l’appellativo di ‘ The Ice Lady’.


"Carretto dei gelati", Ottorino Garosio.
A dispetto del suo nomignolo però in realtà Mary fu un’instancabile ricercatrice e divulgatrice che non rimase al chiuso dei suoi laboratori ma cercò di divulgare anche di persona l’importanza delle sue scoperte, così ad esempio quando i parametri per la preparazione del gelato furono messi a punto si recò nelle strade dai rivenditori di gelato per far vedere loro come fare a preservare igienicamente il prodotto preparato secondo standard sanitari.
Nel 1923 fu riconosciuta dalla Società ingegneristica americana dell’aria condizionata e della refrigerazione quale autorità assoluta come tecnico degli impianti frigoriferi di tutti gli Stati Uniti; nel 1940 ricevette il più alto premio riservato alle donne dalla American Chemical Society di cui faceva parte, la Medaglia Garvin-Olin e fu la prima donna iscritta nel 1959 alla Poultry Historical Society Hall of Fame.
Andò in pensione nel 1952, anno in cui la Lady di Ghiaccio, l’inventrice del moderno frigorifero, e anche dell’imballaggio in cui ancora oggi troviamo e compriamo le uova, morì, il 27 dicembre, a New York.
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sabato 4 ottobre 2014

Juliette la femminista, Grande francese


Almanacco del 04 ottobre:


Juliette Adam alla scrivania.
Credits: Alchetron



Juliette Lambert, meglio conosciuta come Adam, dal suo secondo marito, è nata a Verberie il 4 ottobre del 1836, crebbe in una famiglia benestante ma di provincia e nonostante suo padre fosse un medico, lei fu un’autididatta.

Sposò l’avvocato La Messine nel 1852 ma rimase vedova poco dopo nel 1867 e l’anno seguente si coniugò quindi con l’avvocato Antoine Edmond Adam, dapprima deputato della sinistra, nonché fondatore del Credito fondiario, prefetto di polizia fino al 1870 e infine senatore a vita.

Cittadina parigina visse con fiero orgoglio nazionalista e riformista le vicissitudini della città di Parigi di quegli anni, in preda alla guerra franco-prussiana che si risolse in una débâcle totale per la Francia, dove proprio a Versailles fu proclamata la nascita dell’Impero tedesco che offuscò la posizione egemone che fino a quel momento la Francia aveva sempre avuto in Europa.

Juliette Adam, convinta repubblicana, porta avanti il suo credo politico contro Napoleone III ma è altrettanto decisa a restituire alla sua nazione la grandeur e la potenza. Estremamente nazionalista arriva a pensare addirittura ad una possibile alleanza con la Russia che aveva nel frattempo contravvenuto agli accordi del Congresso di Parigi che metteva fine alla Guerra di Crimea, e aveva agitato la politica e la diplomazia inglese, per questo Juliette é continuamente convinta della necessità di portare avanti l’offensiva militare a favore di quell’esperienza politica che porterà alla Terza Repubblica, conquistandosi così l’appellattivo di “la Grande Française”.
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D’altronde gli esponenti che rappresentarono questa nuova esperienza politica e l’estremo sforzo di non soccombere alla forza prussiana erano per la maggior parte quegli stessi personaggi che, con letterati del calibro di George Sand, Flaubert, Hugo e de Maupassant, animavano il suo salotto, diventato un punto di riferimento repubblicano. Così divenne ministro degli interni della Repubblica francesce del 1870 Gambetta, suo fidato e grande amico, così come il ministro dell’interno Adolphe Thiers.
Dopo però il 1877 e la definitiva stabilizzazione della repubblica nel paese, i rapporti tra Juliette e Gambetta si diradarono. Sembrò che Juliette mise da parte il suo credo politico e si concentrò sulla letteratura, fondando la rivista la Nouvelle Revue, ma in realtà continuò a coltivarlo, scrivendo articoli e trattando temi di rivalsa revanscista, contro Bismarck e in generale di politica estera, anche su testate estere e molti articoli infatti erano suoi sotto lo pseudonimo di Paul Vasili. Nel suo giornale ebbero l’esordio autori come Paul Bourget e Mirbeau e incoraggiò scrittori agli esordi del calibro di Alexandre Dumas, figlio, Pierre Loi e Léon Daudet. La rivista fu poi venduta otto anni dopo, nel pieno della sua importanza e notorietà, nel 1899.

Nel 1855 scrive l’esperienza della sua triste infanzia nel "Le roman de mon enfance et de ma jeunesse" in cui tratta della sua esperienza conflittuale con i genitori. A quest’opera farà seguito quella del padre con "Paradoxes d’ un docteur allemand " nel 1860 in cui egli stesso sembra invece avere un atteggiamento di apertura e simpatia verso le tematiche femministe.
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Juliette era anche molto amica di Geroge Sand e di Marie d’Agoult ovvero Daniel Stern e questa amicizia sarà l'occasione per lei per esprimersi nella sua prima opera di carattere femminista, infatti si sentirà di difenderle dagli attacchi di Prouhdon scrivendo appunto l’opera "Idees antiproudhoniennes sur l’amour, la femmes et le mariage" nel 1858, toccando temi che riprenderà in modo più ampio e specifico nelle sue opere successive. Nelle sue idee antiprouhdoniane sostiene che: "Il Signor Prouhdon sta cercando di stabilire che la subordinazione della donna è basata su un fatto naturale e sta cercando di stabilire un ordine che mantenga questa subordinazione e una giustizia che la sanzioni. Vuole perpetuare un regno coatto legittimandolo: questo è il suo crimine. Questo crimine è imperdonabile".[1]

Per Juliette le donne devono emanciparsi, essere elemento attivo della società, non più in balìa di un sistema che le ingabbia e condiziona e i rimedi sono solo due: 
"Alle donne va data un' educazione solida e, ..., un'educazione vocazionale. Esse devono diventare  produttive. Il lavoro da solo ha emancipato gli uomini, il lavoro da solo può emancipare le donne".[2]

E ancora argomenta: "Non mi accusate di non comprendere il ruolo delle donne nella famiglia, come fa il Signor   Prouhdon,  io penso che le donne debbano applicarsi ad essere mogli e madri; ma affermo che la  vita familiare non è sufficiente all'attività fisica, morale e intellettuale della donna. Il ruolo della chioccia è, senza dubbio, molto rispettabile, ma non è adatto a tutte".[3]

Nel 1860 scriverà  poi "Le Mandarin", dove riprenderà appunto i temi toccati nell'opera in difesa di George Sand e Daniel Stern, tratterà infatti apertamente di tematiche femministe riguardanti la condizione di inferiorità in cui la donna francese era mantenuta in una società contraddistinta piuttosto dall’ineguaglianza di genere soprattutto in ambiti importanti come le condizioni di divorzio o l’accessibilità a professioni qualificate o ancora alle questioni di pubblico interesse. Temi che riprenderà ancora una volta nel 1868 anche nell'opera "L’education de Laure".

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Juliette Adam nel 1904.
Credits: Wikipedia
Il suo romanzo più famoso sarà comunque "Païenne" del 1883 in cui tratta tematiche di ispirazione laica e le sue memorie "Mes premières armes litteraires et politiques" e "Mes sentiments et nos idées avant 1870" pubblicate rispettivamente nel 1904 e nel 1905.
Dalla sua crisi religiosa, che scaturirà nella conversione al cattolicesimo nel 1905, nascerà il libro "Chretienne" del 1913.
Si ritirerà infine nella località di les Bruyères nel 1858 dove farà costruire una villa e nel 1888 acquisterà i terreni dell’Abbazia a Gif sur Yvette dove abiterà fino alla sua morte che avverrà nel 1936, il 23 agosto ma non prima di poter vedere riconosciuta la sua intera produzione letteraria con il premio che le riserverà l’Accademia francese nel 1927.


Traduzione di Silvia Palandri

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Opere:

"Idées antiproudhoniennes sur l'amour, la femme et le mariage", 1858;

"Le Mandarin", 1860;

"Mon Village",1860;

"Récits de une paysanne", 1863;

"L’education de Laure", 1868;

"Jean et Pascal", 1876 (novelle);

"Laide", 1878;

"Grecque", 1879;

"Païenne", 1883;

Mémoires (7volumi), 1902-1910:

I. Le Roman de mon enfance et de ma jeunesse, 1902 ;
II. Mes premières armes littéraires et politiques (1855-1864), 1904 ;
III. Mes sentiments et nos idées avant 1870 (1865-1870), 1905 ;
IV. Mes illusions et nos souffrances pendant le siège de Paris, 1906 ;
V. Mes angoisses et nos luttes (1871-1873), 1907 ;
VI. Nos amitiés politiques avant l'abandon de la Revanche (1873-1877), 1908 ;
VII. Après l'abandon de la Revanche (1877-1880), 1910.

"Impressions françaises en Russie", Paris, Hachette, 1912;

"Chrétienne", 1913;

"L’Angleterre en Égypte", 1922.


Note:

[1] BELL G. Susan, OFFEN M. Karen, "Women, the Family, and Freedom, the debate in documents, vol. I: 1750-1880", Stanford, Stanford university Press, 1983, pag. 33
[2] Ivi, pag. 333.
[3] Idem.

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venerdì 3 ottobre 2014

Elisabeth Chèron, l'accademica che non chiese il permesso


Almanacco del 03 ottobre:


Elisabeth Sophie Chèron, autoritratto 1672.
Credits: wikipedia


In pieno Rinascimento le arti non erano solo appannaggio degli artisti alcune donne riuscirono ad eccellere e in quanto tali arrivarono lì dove non era consentito.
Anni prima che l’Accademia dei Ricovrati di Padova, oggi Accademia Galileiana di Scienze, Lettere ed Arti, fondata nel 1599 da Federico Baldissera Bartolomeo Cornaro, discutesse sulla opportunità o meno di permettere alle donne di essere membri dell’Accademia, nel 1694 Elisabeth Chéron fu ammessa con il nome di Erato, la musa della musica e della poesia.


Tanti erano infatti i talenti di Elisabeth Sophie Chèron , oggi per lo più è ricordata come pittrice ma era anche una fine musicista, suonava magistralmente i maggiori strumenti a corda e a tastiera dell’epoca e fu anche una apprezzata poetessa che non mancò di scrivere testi per composizioni musicali di altri autori. Studi degli anni 1930 hanno ipotizzato che Elisabeth Chèron avesse infatti scritto le parole per la musica composta da Jean-Baptiste Drouard de Bousset e da Antonia Bembo, musicista, compositrice e cantante italiana ma anch’essa assodata alla Corte di Luigi XIV.
D’altronde Elisabeth condivise la sua abilità e bravura con importanti personalità d'eccellenza, le faceva compagnia all’Accademia dei Ricovrati ad esempio Galileo Galilei; fu apprezzata inoltre dall’artista di Corte Charle Le Brun che la volle come membro dell’Accademia di Pittura e Scultura di Parigi nel 1672 per l’ammissione della quale preparò un ritratto della prima donna ad essere ammessa alla scuola: Catherine Girardon. In questa occasione esce, seppur in forma anonima, l’opera “La Coupe du Val- de- Grâce” in risposta all’opera “ La Gloire du Val- de- Grâce” di Molère , che esalta l'omonimo affresco fatto dall'amico Mignard, acerrimo rivale del suo maestro Le Brun.


Fu anche una attenta e accurata traduttrice, sapeva infatti sapientemente l’ebraico, il greco ed il latino.
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A corte conoscerà il marito, l’Ingegnere del re, Jacques Le Hay che sposerà nel 1692 e da allora sarà conosciuta anche come Madame Le Hay. Si dice che il matrimonio, avvenuto in tarda età, più che quarantenne, sia dovuto al fatto che il suo protettore politico, il Colbert, avesse ormai perso la sua influenza presso la Corte ed il Re e che quindi la signora Le Hay avesse bisogno di nuovi referenti politici. Questo matrimonio d’altronde non mancò di suscitare in effetti sorpresa e stupore tra le sue conoscenze, perché in tanti anni Elisabeth non aveva mai accettato proposte matrimoniali neanche da più giovani e avvenenti uomini. Essa stessa d’altronde definirà il suo matrimonio come “un’unione filosofica”.



Crebbe a Parigi dove nacque il 3 ottobre 1648 da Henri Chèron un calvinista che inculcherà il culto riformato alla figlia che tuttavia, anche spinta dalla madre, Marie Lefebvre, invece fervente cattolica, dopo un anno passato in convento decise di abbracciare la fede cristiana e nel 1668 di abiurare il calvinismo, suo fratello invece, anch’esso pittore, non volendo convertirsi dopo che il Re Luigi XIV aveva revocato l’Editto di Nantes, dovrà scappare e trovare rifugio in Inghilterra.
Il padre comunque sarà colui che la inizierà all’abilità di ritrattista e miniaturista, capacità che poi le valse la nomina a ritrattista di Corte.
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Ritratto di Elisabeth Sophie Chèron,
di  Étienne-Jehandier Desrochers.
Credits: Wikipedia
Morirà a Parigi nel 1711 a sessant’anni, quando ormai però riceveva già, tra i pochi, una pensione dalla Corte.
Sulla sua tomba, che si trova nella Chiesa di San Sulpizio a Parigi si può leggere: “Il possesso straordinario di due formidabili talenti renderà Chèron un ornamento della Francia in ogni epoca. Niente poté, tranne la grazia del suo pennello, euguagliare le eccellenze della sua penna”.
















Opere:


"Livre des Principes à Dessiner", 1706; (Libro sui principi del disegno).
"Psaumes et Cantiques mis en vers", 1694 ; (Salmi e Cantici messi in versi).
"Le Cantique d'Habacuc et le Psaume, traduit en vers" ; (Il Canto di Habacuc e I Salmi, tradotti in versi).
"Les Cerises Renversées", piccolo poema pubblicato postumo nel 1717 e poi messo in “Versi Latini” di Rauxa nel 1797.


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giovedì 2 ottobre 2014

Fumiko Ueda Enchi e la condizione della donna giapponese


Almanacco del 02 ottobre:




"Confronto di bellezze conclamate e la lega di fedeltà, scena 6",
Kitagawa Utamaro, 1797.



In un Giappone che stava cambiando, stava diventando moderno, una potenza più simile a quelle occidentali, aggressiva a livello internazionale, anche una donna fu rivoluzionaria descrivendo in modo magistrale la vita e le condizioni delle donne giapponesi, quali vittime strumentali del potere delle grandi dinastie imperiali e più semplicemente della cultura e struttura sociale nipponica.

"Ritratto dell'attore di teatro Kabuki, Ukiyo-E",
Utagawa Toyokuni
Fumiko Ueda Enchi, nasce a Tokyo il 2 ottobre del 1905 da una famiglia di intellettuali, e questo le garantì una solida base di conoscenza rispetto alla letteratura classica giapponese anche quando la sua salute cagionevole la costrinse a non frequentare la scuola normalmente, il padre, infatti, era Kazutoshi Ueda, professore di letteratura e filologia all’Università Imperiale di Tokyo, e la nonna una grande appassionata di teatro, il kabuki, che le passò il grande amore per questa arte che , dopo la conoscenza di Kaoru Osanai, il fondatore dello Shingeki, si ampliò anche verso il teatro moderno.
Le sue prime opere, infatti, saranno proprio pièce teatrali con testi drammatici; nel 1926 pubblica “Patria” sul giornale Kabuki che riceverà molte critiche positive, nel 1928 l’opera “Una notte rumorosa di fine estate” che sarà rappresentata al Piccolo Teatro Tsukiji. 

Nel 1930 conosce e sposa il giornalista Yoshimatsu Enchi da cui avrà una figlia.

"Donna con calamaio calligrafico", Utagawa Toyokuni, 1769-1825.
Inizialmente avrà molte difficoltà a trovare degli editori per pubblicare le sue opere e i suoi continui problemi di salute la indurranno, per un lungo periodo, a sospendere l’attività, infatti nel 1938 essendole stato diagnosticato un cancro all’utero sarà sottoposta a mastectomia aggravata da complicanze post operatorie; nel 1945 la sua casa e suoi averi rimarranno vittime dei bombardamenti su Tokyo, e ancora nel 1946 sarà sottoposta a isterectomia e dovrà sospendere la sua attività di scrittrice almeno fino agli anni cinquanta.

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"Raccoglitrici di sale sulla spiaggia di Tago-No-Ura
col Monte Fuji alle spalle",
Suzuki Harunobu.
Dopo quindi questo periodo molto difficile caratterizzato da lutti e difficoltà di salute che la costringono ad allontanarsi dalla sua attività creativa, riprende a scrivere ma si avvicina al romanzo e al racconto, così nel 1953 nel racconto breve “I giorni della fame” si impone all’attenzione del grande pubblico, descrivendo una di quelle figure femminili che caratterizzeranno la sua scrittura e magistralità, in questo libro, infatti, Fumiko ben descrive la condizione di rassegnazione e prostrazione in cui cade una famiglia, la durezza della povertà e della miseria che si rispecchia inevitabilmente in una povertà anche emotiva e fisica della protagonista. Ambientato ai tempi della guerra, che essa stessa aveva vissuto e subìto, grazie a questo libro vince il prestigioso Premio per la letteratura femminile nel 1954.

donna seduta sola e con rassegnazione in veranda
"Donna seduta in una veranda",
Kitagawa Utamaro, 1798.
Ne “Il sentiero nell’ombra” del 1957 la protagonista ben mette in luce la condizione delle donne tenute prigioniere da valori e regole familiari che sistematicamente vessano e umiliano il ruolo femminile, provocando solo rancore e amarezza degnamente celata però dalla compostezza tipica, e anche quella insegnata e imposta, dei costumi giapponesi. La protagonista è infatti la moglie di un ufficiale governativo, durante il periodo Meiji, che è umiliata dai costumi patriarcali e maschilisti che la società le impone come quelli di, non solo accettare che il marito abbia delle concubine, ma di doverci convivere nella stessa casa in qualità di cameriere e a volte anche di vere e proprie mogli. Con questa opera vincerà in quello stesso anno, il premio Noma.



maschera giapponese
maschera del teatro giapponese
L’anno seguente pubblica il suo capolavoro “Maschere di donna” in cui riprende in chiave moderna un classico del teatro Nō, tre maschere di donna, tipiche della tradizione teatrale attraverso la quale descrive la forza distruttrice della gelosia e della competizione tra donne.
Sempre nel 1957 ne “Il villaggio dei fiori caduti” descrive per la prima volta il conflitto che una donna vive tra la sua sensualità e l’aumentare dell’età.
Ancora nel 1965 con “La Storia delle false sciamane” ci porta nella Corte imperiale dell'imperatore Ichijo, riprendendo anche qui temi della letteratura classica: nell’anno mille circa, la scrittrice ci racconta la storia di due dame, storicamente vissute, che diventano strumenti inconsapevoli di rivalsa, ripicche e vendette di due famiglie per il potere a corte e in cui aggiunge per la prima volta, ma non sarà l’unica, elementi di soprannaturale e del fantastico. Essa va contro la tradizione del buddismo contrapponendogli la religione indigena giapponese Shinto improntata sullo sciamanismo usato nelle sue storie come mezzo di rivalsa sull’uomo e di accrescimento del potere delle donne. Con questo libro nel 1966 vincerà il Premio della letteratura femminile.
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Questi stessi elementi si ritroveranno anche nel successivo libro del 1970, “Spiriti vaganti” in cui sono messi a nudo gli aspetti sensuali ed erotici della psiche femminile e riprende il tema del conflitto tra l’avanzare dell’età e la sessualità femminile, trattato nel precedente racconto, visto come una disuguaglianza biologica tra uomini e donne e in cui la protagonista è ossessionata dall’idea di poter ringiovanire grazie a rapporti con giovani ragazzi.
Nel 1969 vince il Premio Tanizaki per l’opera autobiografica “L’arcobaleno e il demone”.
"Okabe dalla 53 stazione della strada Tokaido",
 Ando Hiroshige.
Nel 1967 inizia la traduzione di quell’opera che le richiederà quasi dieci anni di lavoro, e infatti solo nel 1972 uscirà il primo dei tre libri: traduzione in chiave moderna del capolavoro della narrativa nipponica, scritto dalla dama di corte Murasaki Shikibu nell’anno mille: “La Storia di Genji Monogatari”.
Nel 1975 poi pubblica “Nebbia colorata”.
Nel 1979 viene fatta Persona di merito della Cultura e nel 1985 riceve la massima onorificenza giapponese, viene insignita infatti dell’Ordine al merito della cultura ed eletta all’Accademia delle Arti giapponesi nel 1986 pochi mesi prima della sua morte avvenuta il 14 novembre per un infarto.
La sua tomba si trova nel Cimitero Yanaka.




Opere:




Romanzi:

Le Parole come il vento”, 1939.
Il Tesoro del Paradiso e del mare”, 1940.
Esate ed Autunno”, 1943.
I giorni della fame” 1954, in "Il Giappone",  1997.
L'ammaliatrice” (Yō), 1956, Milano, Ed. Mondadori, 1992.
Il sentiero nell'ombra” (Onnazaka), 1957, Firenze, Ed. Giunti, 1987.
Maschere di donna” (Onnamen), 1958, Venezia, Ed. Marsilio, 1999.
Un uomo di valore” (Masurao) 1958, in "Il Giappone", 1984.
Storie di sciamane” (Namamiko Monogatari), 1965.
L’arcobaleno e il demone”, 1969.
Spiriti vaganti”, 1970.
La Storia di Genji Monogatari”, 1972
Nebbia colorata”, 1975.


Pièces teatrali:

Patria”, 1926.
Una rumorosa notte di fine estate”, 1928.


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