giovedì 27 febbraio 2014

Né Anna né Paul, noi vogliamo solo Bertha




Almanacco del 27 Febbraio:


Bertha Pappenheim, 1882.


Bertha Pappenheim nasce a Vienna il 27 Febbraio 1859  da Sigmund e Recha, membri di una famiglia benestante ebrea.
La sua infanzia è contraddistinta dalla diversità con cui i genitori trattano lei, e le sue altre due sorelle maggiori, dal fratello Wilhelm, da come si occupano e preoccupano di lui, il solo a cui sarà riservata un’educazione formale.
Ma Bertha in realtà, forse, e più dotata di una brillante intelligenza che però non può esprimersi. Quando il padre si ammala gravemente è chiamata ad assisterlo perpetuamente al capezzale, come si richiedeva alle figlie femmine a cui, soprattutto nella cultura ebraica dell’epoca, non si riconoscevano altri ruoli. Questa esperienza sarà molto dura e la segnerà per gran parte della sua vita, comincerà infatti a soffrire di allucinazioni e verrà portata a farsi curare da uno dei maggiori specialisti dell’epoca, il Dott. Breur. 

La sua esperienza come paziente della neofita psicoanalisi la consacrerà alla storia di quest’ultima come Anna O., di cui si occuperà anche Freud.
Con lei i due psicologi iniziarono quella che diventerà la moderna analisi, quella per noi “classica”, del parlare sdraiati su di un lettino.

Ritratto giovanile di Bertha Pappenheim a Vienna, 1880.
Bertha, come detto, non ebbe un’istruzione che le permetteva, così come alle altre donne, di arrivare ai massimi livelli ma pretese di studiare, arrivando a conoscere con molta padronanza l’inglese, il
francese, e anche l’italiano.
E la conoscenza di queste lingue sarà anche il suo tramite di espressione, quando, ormai guarita, volle tradurre dall’ebraico al tedesco testi rivolti alle donne: “La Bibbia delle donne” e testi e racconti dal Talmud[1].

I suoi disturbi riguardavano anche il linguaggio spesso infatti non riusciva a parlare, altre volte si esprimeva in modo disconnesso, e in situazioni particolari sostituiva il suo idioma originale con la lingua inglese, inventando addirittura nuove parole. Dopo la terapia, in cui veniva ipnotizzata e in cui Breur in questo modo cercava di far emergere i motivi del suo disagio, che la portavano ad avere questi numerosi e debilitanti sintomi, Bertha riuscì a guarire, diventando la prova dell’efficacia della nuova metodica della psicanalisi, il metodo catartico.

Di lei il Dott. Breur  scriveva: “Questa giovane, dalla esuberante vitalità intellettuale, conduceva, nella sua famiglia, di mentalità puritana, un’esistenza estremamente monotona […][2].
Quindi Bertha rifiutava la sua condizione di donna, relegata in casa in attesa del “buon partito” da sposare, rifiutava la sua cultura e di conseguenza l’idioma che ne rappresentava l’identità.


Dopo aver superato il malessere della sua condizione, dopo la morte del padre, si trasferisce con la madre, le due sorelle erano già morte in età infantile, a Francoforte sul Meno, città originaria della mamma.
Qui trova nell’attività sociale la sua catarsi, iniziando un percorso che la renderà paladina dei diritti delle donne, ebree, tedesche e non, dei bambini e dei più poveri. Così con lo pseudonimo di Paul Berthold scrive una serie di racconti sulla condizione sociale dei bambini più poveri, intitolati “Nel negozio di seconda mano”, edito nel 1890.

La sua sensibilità verso la condizione delle parti sociali più deboli, nonché la sua personale esperienza di figlia, la avvicinarono alle tematiche delle prime femministe tedesche e la portarono a scrivere “I diritti delle donne” nel 1898 nonché a tradurre in lingua tedesca la più famosa “Rivendicazione dei diritti della donna” di Mary Wollstonecraft.

Comitato direttivo della Lega delle donne ebree, Bertha è la seconda seduta da sinistra, 1905.
Viaggiando per il paese si rende conto concretamente della condizione di povertà e di sfruttamento a cui sono soggette le donne e nel 1900 scrive “Sullo stato della popolazione ebraica in Galizia” per denunciare lo stato di indigenza della popolazione, decide anche di creare una Società per l’ assistenza della donna nel 1902 con scopi filantropici di educazione delle donne nella cura dei figli e di procacciamento di un lavoro serio, contro lo sfruttamento della prostituzione.
Nel 1904 fonda la Lega delle donne ebree per emancipare la presenza e l’importanza del ruolo femminile nella cultura della sua fede, e a carico di questo istituto rimarrà per ben 20 anni, riuscendo a far ammettere le donne di fede all’ente supremo della fede ebraica il Gemeinde. Nel 1912 in un congresso tenutosi a Roma dalle rappresentanti delle organizzazioni delle donne ebree degli Stati Uniti, dell’Inghilterra e della Germania, dopo aver ritenuto necessario la creazione di un’organizzaione mondiale delle donne ebree, fu votato e creato il Concilio Internazionale delle donne ebree con a capo Bertha Pappenheim come sua prima presidente.
Della Lega delle donne ebree scriverà: “Abbiamo cercato nella Federazione ebraica femminile di sottolineare la decadenza della nostra comunità e allo stesso tempo di sottolineare però più e più volte anche la via principale da rispettare”.[3]

Si rese conto che la povertà era la causa di miseria e di conseguenza sfruttamento del corpo femminile che si estendeva ben oltre i confini territoriali, con la famosa tratta delle bianche.
A nome della Lega, Bertha viaggerà in Europa, nei Balcani, in Russia, in Egitto, in Turchia, per cercare di sensibilizzare quella che oggi chiameremo opinione pubblica e molto di più appellandosi e incontrando sovrani a cui sottoporre la realtà degenerata della società. Come in Romania dove si appellerà direttamente alla Regina, nel 1909, prospettandole la condizione del suo popolo, delle donne e la loro schiavitù alla tratta: “ […] dal momento che sappiamo che vi è una schiavitù “bianca”, è dovere e compito delle donne di tutte le classi, consacrare tutte le nazioni e tutte le fedi, per combattere con tutte le forze, la tratta delle donne […][4] ,  e ancora appellandosi alla sovrana, amplia la sua visione partendo dalla similitudine delle condizioni cristiane e di quelle ebree, arrivando a parlare di un’unica umanità, quale siamo, da salvare: “ […] anche se come organizzazione di un gruppo relativamente piccolo, parliamo anche per le donne e ragazze rumene. Il destino della rumena cristiana che è costretta al vizio, è lo stesso di quella rumena ebrea, la distruzione mentale e morale dell’individuo[5].

Non occorre dire quanto ostracismo avesse incontrato, in un’epoca di morale e perbenismo, senza contare la realtà religiosa da cui proveniva che la tacciò di mentire sulle tematiche del lassismo in cui versava la società perfino quella ebrea.
Essa stessa riporterà la documentazione di questi viaggi nell’opera edita nel 1924 che appunto chiamerà “Sisyphus” proprio per sottolineare l’immane fatica.


Nel 1910 pubblica ancora una volta un resoconto, aggiornato, della situazione del problema ebraico nella regione della Galizia con  Il problema ebraico in Galizia” evidenziando la condizione particolarmente misera della popolazione  della zona, con un’attenzione particolare alle ragazze e alle donne ebree che per la miseria in cui vivevano erano costrette ad espatriare andando incontro a misere condizioni di vita anche all’estero,  spesso cadendo vittime della prostituzione. Di fronte a questa situazione Bertha invita a non sottovalutare il problema dell’emigrazione che è strettamente legato al problema sociale della prostituzione e prospetta delle soluzioni: “ […] Per eliminare questa avventura e tutte queste combinazioni, con i suoi pericoli, suggerisco che la ragazza che vuole emigrare sia messa provvisoriamente in quella che chiamerei la scuola per emigranti[…][6] e passa a descrivere questa scuola da lei pensata: “ In una piccola, ma non troppo modesta, casa si raccoglieranno un certo numero di ragazze che hanno l’intenzione di emigrare. Il soggiorno, che deve essere programmato secondo una stima approssimativa di 4 o 6 mesi, deve essere dedicato alla preparazione del viaggio e alle nuove condizioni. Le ragazze devono imparare in primo luogo a scrivere e leggere.
E’ necessario prestare attenzione alla loro salute e ad istruirle sui primi rudimenti di pulizia e  cura personale. Dovranno anche imparare cucito e a prendersi cura della casa, e durante la seconda metà del soggiorno in collegio, imparare la lingua inglese e tedesca.[7] 
Uno dei volantini distribuiti dalle associazioni alle emigranti

Per far rendere conto gli emigranti dei pericoli a cui vanno incontro pensa ad un volantino da distribuire in varie lingue e soprattutto : “Particolarmente prezioso sarebbe se si potesse ottenere il permesso di distribuire un volantino tra i passeggeri di terza classe del grande piroscafo e delle navi di emigranti senza distinzione  tra i tipi di viaggiatori”.  
Ma non solo rendendosi conto che: “Qualsiasi cosa si può proporre per migliorare la situazione degli ebrei in Galizia ed iniziarla, ma abbiamo bisogno, per il successo del piano, di un’intesa preliminare tra le persone stesse che può essere realizzata grazie all’educazione, attraverso la diffusione della lettura sana, libera, di materiale didattico che manca quasi completamente” propone quindi la sua idea di istruzione, quella che a lei era stata negata, almeno formalmente, ed era tanto mancata: “Spero di essere riuscita chiaramente a definire nella mia relazione della situazione in Galizia, che è necessario in primo luogo la cultura, vale a dire l’Istruzione e le condizioni igieniche da portare nel paese, e che si dovranno garantire come base essenziale per i bambini e per i giovani adolescenti, così per i neonati. Quindi in primo luogo asili nido e scuole materne! […]”. Propone quindi che le ragazze si istruiscano alla cura dei bambini per poterne fare un domani anche una professione, ma aggiunge: “[…] Questo non vuol dire che guardo alla professione di maestra d’asilo o di “baby-sitter” per le ragazze come unica cosa desiderabile”. 
E conclude appellandosi a chi tra gli enti può attuare questo suo suggerimento: “Mentre le mie proposte sono idonee ad influenzare la cultura generale, e la popolazione galiziana indirettamente, queste scuole per emigranti sono uno strumento diretto, molto efficace per combattere la tratta delle donne che sta sviluppandosi. Ecco perché vi chiedo di prendere in considerazione, in uno studio concreto, questa mia idea, che non è ancora realizzata da nessun’altra parte, come una priorità.”[8].
La Principessa von Hessen visita un asilo nido nel 1905 a Francoforte.


Il femminismo proposto da Bertha rientra appieno nella visione della cultura tedesca strettamente legata all’industrializzazione, al progresso, e in questa chiave ci regala la sua analisi: “Principalmente è l’industrializzazione della produzione che ha creato nuovi valori trasformando l’attività economica.”  e ancora: “Uno dei metri più interessanti e importanti con cui leggere l’ascesa e la caduta dei valori della vita, è lo sviluppo che interessa la gioventù”, “I profondi cambiamenti che ha portato il tempo moderno, causano la disintegrazione della vita familiare, non solo nello strato proletario della popolazione urbana, ma anche negli ambienti della piccola borghesia.” . E ritrova la causa della disgregazione sociale nel cambiamento dei ruoli all’interno della famiglia, infatti: “La ragione più ovvia di ciò, è che il vettore principale del nucleo familiare, padre e madre, hanno sperimentato l’alterazione della ripartizione degli oneri in casa. E’ significativo che il luogo di lavoro del capo della famiglia non è più, come in passato, vicino alla casa di famiglia. La fabbrica, l’officina, il negozio, l’ufficio oggi sono lontani, e spesso si allunga così la loro assenza da casa. […] L’influenza del padre sulla vita dei bambini è quindi ridotta al minimo, e la sua autorità viene condizionata a priori dalla semplice mancanza di tempo.
Non dimentichiamo infatti l’epoca in cui Bertha scrive e vive né la sua personale vicenda familiare in cui il padre era l’intransigente capo-famiglia, però sappiamo che è sempre attenta al ruolo anche femminile e infatti aggiunge: “E la madre? La donna negli ambienti a cui dobbiamo pensare soprattutto oggi, deve aiutare a guadagnare da vivere per la famiglia, rubando le proprie forze di madre alla cura e all’educazione dei bambini”.

Bertha abbiamo detto non riceverà mai formalmente un’educazione e lei ne soffrirà molto, arrivando a definirla un nutrimento spirituale insufficiente[9], ora riutilizza questa espressione per parlare della condizione femminile delle ragazze nelle città, per sottolineare da dove, secondo lei, deriva il disagio: “[…] Soprattutto è la mancanza di armonia tra crescita spirituale e le condizioni esterne della gioventù urbana femminile che parla forte e chiaro […]. E’ l’inconscio, toccante, l’aspettativa forte che qualcosa arrivi, le differenzi dal diluvio della monotonia giornaliera, qualcuno, un esterno. Ci si aspetta avidamente un cambiamento esterno e da parte di nessun altro perché sono giovani!” e così: “Molti errori, passi falsi, possono essere spiegati da questo desiderio seppur legittimo di avere una qualche forma di vita propria ” *.

Bertha passerà la sua vita a dedicare il suo impegno agli altri, alle donne soprattutto, e morirà per un tumore alla gola, il 28 Maggio 1936 a Neu Isenburg, pochi mesi dopo aver sostenuto un interrogatorio da parte della Gestapo.
Nelle sue ultime volontà, scritte nel 1930, lascerà scritto che chiunque passasse a visitare la sua tomba potrà lasciarvi sopra un piccolo sasso a simboleggiare la promessa di servire coraggiosamente e risolutamente il proprio dovere nei confronti delle donne e della loro gioia.

Bertha è sepolta a Francoforte sul meno, nel cimitero ebraico.


 * traduzione dei testi riportati da "Sisyphus" a cura di Silvia Palandri


Alcune opere di Bertha Pappenheim:

Nel negozio di seconda mano”,  1890 (con lo pseudonimo di Paul Berthold);
I diritti delle donne”,  1898;
Sisyphus”, 1924.



Biografia:

AA.VV, “Letteratura e femminismi: teorie della critica in area inglese e americana”, Napoli, Ed. Liguori, 2000.



[1].HUNTER DIANNE, “Isteria, Psicoanalisi, e femminismo: il caso di Anna O.”, in “ Letteratura e femminismi: teorie della critica in area inglese e americana”, AA.VV., Napoli, Ed. Liguori, 2000, pag. 155.
[2] Ivi, pag. 146.
[3] PAPPENHEIM BERTHA; “Sisyphus”, 1924.
[4] Ibidem.     
[5] Ibidem.
[6] Ivi.
[7] Ibidem.
[8] Ibidem.
[9] HUNTER DIANNE, Op. Cit., pag. 147.

lunedì 24 febbraio 2014

L'educatrice lucchese, patriota attenta al genere



Almanacco del 24 Febbraio:


Illustrazione del romanzo, "La Famiglia del soldato"



Le autrici del periodo pre e subito post unificazione, risultano, ai nostri occhi, da sempre contraddittorie, rivendicando un ruolo nuovo per le donne nella società ma con dei limiti per noi incompatibili con l’emancipazione o ponendo l’attenzione a nuove necessità per le donne ma senza rinnegare quelle tradizionali, e Luisa Amalia Paladini non sfugge a queste considerazioni; tocca quindi a noi rilevare nella sua produzione letteraria quanto di progressista nelle sue valutazioni e analisi ci sia. E non possiamo che rimanerne sorpresi.

Luisa Amalia Paladini nasce a Milano il 24 Febbraio 1810, da Francesco Paladini, funzionario ministeriale, e da Caterina Petrocchi. Ancora bambina si stabilisce con la famiglia nella città paterna, Lucca e qui trascorre la maggior parte della vita almeno fino all’età adulta.

Appassionata di poesia si fa notare presto, appena ventenne, con produzioni poetiche composte da lei, per più occasioni, come ad esempio i “Nuovi canti di Luisa Amalia Paladini: offerti alla Guardia civica di Lucca ” o i “Saggi Poetici” in memoria della sua amica, nonché maestra, poetessa e letterata Teresa Bandettini.
Scrive per riviste e giornali quali “Il Messaggero delle donne italiane” dove per la prima volta inizia ad occuparsi di tematiche legate all’educazione, un impegno che diventerà presto una realtà professionale ma che caratterizzerà anche sempre più spesso il suo sforzo intellettuale.

Dirige il giornale “La Polimazia di famiglia”e fonda prima a Lucca, nel 1834 “Il giornale dei fanciulli” e poi a Firenze nel 1863, “L’educazione italiana”, entrambi improntati sul tema della questione educativa dei neo italiani.

Inizia, sempre nella sua città, Lucca, anche l’esperienza professionale di educatrice diventando la Sovraintendente agli asili infantili nel 1844, poi verrà chiamata a Firenze nel 1859 a dirigere la Scuola Normale e Sperimentale femminile, che nei moti del 1866 attiverà concretamente anche le allieve, facendo  loro confezionare le camicie per l’esercito rivoluzionario. L’anno seguente diventa Ispettrice generale delle scuole toscane, incarichi che però dovrà tuttavia lasciare poiché le leggi del nuovo Stato non concedono ad una donna queste responsabilità.
Nel 1872 tuttavia viene invitata a Lecce, dal sindaco, conte, Sigismondo Castromediano per affidarle la direzione dell’Educandato femminile “Vittorio Emanuele II”, rinnovandone la didattica e il metodo pedagogico. E a Lecce si spegnerà, improvvisamente, per un male alla gola, nel sonno, il 14 Luglio 1872.


Luisa Amalia Paladini ci testimonia con le sue opere il suo fervore patriottico e la sua attenzione all’educazione da intendersi diversa dall’istruzione e queste vivide caratteristiche del suo pensiero sono imprescindibili dai suoi scritti. I suoi numerosi articoli educativi, spesso convoglieranno in scritti veri e propri, come “Il manuale per le giovanette italiane”, raccolta dei suoi articoli a tema educativo apparsi sul “Messaggero delle donne italiane” o anche le sue riflessioni patriottiche, ma sempre in chiave educativa, confluite nel romanzo “La famiglia del soldato” , apparse sulla rivista “La polimazia di famiglia”.

Convinta patriota non perde occasione per ribadire l’amor di patria necessario quale virtù civile, riscontrabile nei numerosi sonetti e poesie dedicate, come quelle del 1843,  Pel Congresso degli scienziati italiani in Lucca”, in occasione appunto del quinto Congresso degli scienziati italiani tenutosi a Lucca, o anche quelli del 1848 dei “Nuovi canti”, liriche patriottiche per la Guardia Civica Lucchese. E forte sarà il suo richiamo a questa necessaria virtù che non fa languire i costumi, spesso corrotti e contraddittori che Luisa Amalia riscontra nella società di cui fa parte e contro la quale si prefigge proprio il suo sforzo professionale di educatrice, a cui aggiunge, a parer nostro, uno straordinario senso di reciproco rispetto dei sessi, essa infatti parla sempre appellandosi ad entrambi le parti sociali, siano essi genitoriali che educatrici/ori, rilevando una sensibilità ai tempi sconosciuta.

Essa infatti è fortemente convinta che ognuno debba prendersi la propria responsabilità, fare la propria parte per garantire una crescita equa e prospera per tutti, e a questo fine non sono avulse le donne, siano esse madri che maestre:
“[…] Padri e madri di famiglia, maestri e maestre, educatori tutti […] Parmi che più dell’arte di educare vi gioverebbe studiare i bisogni dell’età nostra, ripudiarne i vizii, amare immensamente la patria e la famiglia, e nell’esempio più che ne’ precetti […] educare la crescente generazione”.[1]

E dalla sua esperienza, ma anche dai suoi valori, di cui la presenza e il ruolo attivo delle donne sono parte fondante, attinge la sua proposta educativa, non prima però di aver focalizzato quello che a suo avviso non andava nel metodo scolastico e soprattutto averne delineato la causa:
Giova al mio intento ricordare che le scuole infantili non furono maturo frutto di gran concetto formato da una mente filosofica e studiosa[2], poiché la riforma scolastica veniva pedissequamente ripresa dall’estero, dall’esperienza soprattutto inglese e francese ma senza adeguarla ai costumi e soprattutto alle esigenze culturali italiane: “Là si voleva soccorrere alla sola infanzia, e perciò si fecero gli asili infantili, noi avevamo bisogno di educare un popolo, e per questo abbisognano a noi scuole popolari[3],
 Ma quell’opera santa e pietosa doveva necessariamente allargarsi di concetto allora che fu trapiantata in Italia[4], “Quel popolo che fa sue le costumanze straniere cessa di essere nazione”[5], “[…] l’adottare ciecamente ogni parte di quei metodi, […], è stoltezza, è morte del pensiero”.[6][…] E chi più di noi pecca in questo?”[7],
 Un grande studio si pone adesso nell’educare i fanciulli, ma l’educazione italiana dov’è?[8]

E a questa domanda avrebbe risposto un trentennio dopo un’altra donna italiana, Maria Montessori, il cui esempio, e le cui idee pedagogiche e didattiche saranno materia viva forse più all’estero che  nella sua patria. Tuttavia possiamo dire che le idee e le riflessioni di Luisa Amalia troveranno accoglienza, con le dovute differenze, ma anche invece con similitudini, nel pensiero montessoriano, realizzando l’auspicio di una Virginia Woolf che esorta le donne a scrivere, promuovere le proprie idee diventando ciascuna terreno fertile per le idee e proposte dell’altra, ciascuna infatti è ava ispiratrice dell’altra, una passa- testimone tra generazioni che anche senza venire necessariamente in contatto si influenzano, come in un unica grande anima, come un unico grande respiro.

Luisa Amalia quindi delineata la fragilità del sistema educativo italiano, ritrovata nel gusto degli italiani per le iniziative prese all’estero, una caratteristica dolente ancora purtroppo nella società attuale, registra anche i suoi punti deboli, regalandoci riflessioni da acuta sociologa, educatrice fine e attenta quando anche grazie alle sue doti poetiche riesce a sottolineare i forti limiti pedagogici del sistema scolastico ma regalandoci frasi di una sensibilità commovente: “L’istruzione e l’educazione, tutti lo sanno sono due cose separate affatto[9] ,L’istruzione deve essere soggetta alle regole, l’educazione no; e dal criterio dell’educatore dipende che l’una possa giovare all’altra[10], poiché: “L’educazione vera insegna a vivere, non a languire”, “corregge le male tendenze del cuore seconda le buone, scuote la stuppiditezza, insegna urbanità di modi, insinua con l’esempio affetti generosi e gentili[11], e conclude con una frase di una straordinaria bellezza e verità, seppur pecca, stranamente, di tutelare il genere, a cui sembra sempre invece molto attenta  e rientra in quella visione emancipatrice tuttavia limitata delle autrici di questo periodo che ormai sappiamo caratterizzarle ma che in Luisa Amalia sembra superata in gran parte appellandosi spesso all’uno e l’altro sesso, salvo scivolare a volte appunto ancora in una visione del “maschile valoriale” inglobante tutto il genere. Questa espressione tuttavia, se risulta limitata da un  punto di vista di rispetto espressivo della differenza di genere, racchiude comunque un significato ancora attuale e straordinariamente vero, una lezione ancora valida: “[l’educazione…] ed ha sempre dinanzi agli occhi l’uomo futuro nel
bambino presente[12].
 
Luisa Amalia invece pensa che “Nelle moderne scuole il bambino non vive, ma vegeta a piacer vostro[13] , “Nelle scuole  infantili poco si correggono le male tendenze perché non hanno campo di manifestarle…[14].
Quindi passa a proporre i suoi rimedi: “Le scuole gratuite dovrebbero essere poche, […]. Altre scuole gratuite dovrebbero esserci per quei bambini di poveri artigiani. […] A queste scuole, […], mi piacerebbero aggiunte delle scuole elementari, dove s’ insegnassero le cose più necessarie, come leggere, scrivere, conteggiare, dove si dessero alcune lezioni, […], a’ quei poveri fanciulli dell’uno e dell’altro sesso, che già vanno ad imparare un mestiere[15] e rincara la dose: “[…] Basterebbe per ora assegnare alle lezioni di letteratura, di scritto, e di aritmetica, […], un’ora nella quale potessero convenirvi anche que’ fanciulli e fanciulle, che uscite dalle sale infantili, si spargono per le officine degli artigiani ad impararvi un mestiere […][16].

Per lei la partecipazione sociale, è sì fondamentale ma soprattutto deve essere basata sul merito: “A prebi, a detti uomini, a donne di sicura virtù dovrebbero essere affidate le signorili e le popolari scuole, a uomini e donne che godessero la fiducia e la stima dell’universale[17] .

Luisa Amalia Paladini giunge a noi tramite le sue opere quale fine osservatrice dei limiti ma anche delle esigenze sociali, e se Historia magistra vitae, noi abbiamo ancora quindi molto da imparare dalle sue lezioni. Per quanto anche lei pecchi a volte di ristrettezze tipiche del suo tempo, che dimostrano solo la sua attinenza con la realtà culturale e sociale della sua epoca, rendendola cittadina perfettamente conforme ai costumi ed usi del suo tempo, ha saputo tuttavia essere attenta ai valori sociali di cui le donne sono una fondamentale componente.
Si rivolge loro sempre direttamente, salvo sporadiche eccezioni tipiche però del suo tempo che non tolgono ampiezza e validità al suo messaggio straordinario di equità, istruzione per tutti, amore delle cose nazionali, a discapito di pedisseque imitazioni non confacenti lo spirito e le necessità italiane, e una società basata sul merito, un merito necessario a tutti, a cui le donne devono aspirare congiuntamente agli uomini ma per questo devono avere le stesse armi, dell’educazione e dell’istruzione.

Di lei l’editore delle Stamperia dell’Iride nel “Componimento in morte di Anna Marzano Capialbi da Montelione” voluto dal figlio della defunta, il Cavaliere Vito Capialbi, ci dice che Luisa Amalia Paladini nel sonetto dedicato alla defunta riesce a : “ rintuzzare la baldanza egoistica de’ detrattori del talento femminile, degli orgogliosi nemici della loro istruzione, e più se unita alle molte insigni sue pari, onoranti l’italo suolo, capace a far arrossire delle loro inferiorità molti de’ sedicenti dotti[18].


Opere:

“Saggi poetici”, Lucca, Ed. Giusti, 1839

“Pel Congresso degli scienziati italiani in Lucca”, Ode, Lucca, Ed. Tipografia Rocchi, 1843

“Nuovi canti di Luisa Amalia Paladini: offerti alla Guardia civica di Lucca”, Lucca, Ed. tipi di Giacomo Rocchi e Figli, 1848

“Manuale per le giovinette italiane”, Firenze, Ed. Le Monnier, 1851

“Fior di memoria per le donne gentili. Prose e poesie”, Firenze, Ed. Melchiorri, 1855

“La famiglia del soldato”, Firenze, Ed. Le Monnier, 1859

“Lettere di ottimi autori sopra  cose familiari. Ad uso specialmente delle giovinette italiane”, Firenze, Ed. Le Monnier, 1861




Biografia (più recente):

SIMONETTI Simonetta, “Luisa Amalia Paladini: vita e opere di una donna del Risorgimento”,  Lucca,  Ed. Maria Pacini Fazi, 2012.



[1] LUISA AMALIA PALADINI, “ Fior di memorie per le donne gentili”, Firenze, Ed. Melchiorri, 1855, pag. 103.
[2] Ivi, pag. 90.
[3] Ivi, pag. 92.
[4] Ivi, pag. 91.
[5] Ivi, pag. 97.
[6] Ibidem.
[7] Ibidem.
[8] Ibidem.
[9] Ivi, pag. 87.
[10] Ivi, pag. 88
[11] Ivi, pag.  89.
[12] Ibidem.
[13] Ivi, pag. 88.
[14] Ivi, pag. 89.
[15] Ivi, pag. 93.
[16] Ivi, pag. 97.
[17] Ivi, pag. 86.
[18] AA.VV., “Componimento in morte di Anna Marzano Capialbi da Montelione”, Napoli, Ed. Stamperie dell’ Iride, 1841, pag. 102.

mercoledì 19 febbraio 2014

La dialettologa bolognese, ignara femminista

Almanacco del 19 Febbraio: 



Proprio in un Castello come questo vive Stellina, la protagonista della favola scritta da Carolina Coronedi Berti che Italo Calvino mise nella raccolta "Fiabe Italiane".

 "A New Day  at Cinderella's Castle" ,dipinto di Thomas Kinkade


Carolina Coronedi Berti nasceva oggi, 19 Febbraio 1820 a Bologna, e questa è una delle poche notizie che purtroppo si sanno sulla sua vita.

Si sposa con Leonida Berti, e da quel momento aggiunge al suo cognome quello del marito, da cui avrà quattro figli.
Con la famiglia si trasferisce prima a Camerino e poi a Ferrara ma si sa per certo che tornò poi a Bologna, dove morì nel 1911, anche se non si sa di preciso quando.

Fu una fine cultrice del valore dialettale, apprezzata etnolinguista che nella Bologna risorgimentale dette il suo esemplare contributo a favore della sua Bologna e della sua lingua che in quel periodo aveva rappresentati del calibro di Carducci, ormai agli onori più alti e diventato il vate della terza Italia, quella unificata.
In questo clima di scoperta e rivalutazione della componente dialettale e folcloristica dell’Italia da poco unita, dove forte era la necessità di conoscere per incrementare  e stimolare l’unione delle italiche genti, Carolina diede il suo inestimabile contributo redigendo, tra gli anni 1869 e 1874, il “Vocabolario  Bolognese- Italiano” in due volumi che fece precedere anche da una grammatica e dall’esplicazione della fonetica, con una metodologia tutta nuova da lei pensata.
Il suo intento lo dichiara ella stessa: “Che ciascun paese abbia il suo vocabolario è cosa importantissima, e gli odierni studi filologici ne fanno richiamo, siccome dalla comparazione de’ diversi dialetti trovano la fonte per riconoscere e rannodare le grandi famiglie delle nazioni.”[1]. E siccome ormai altre grandi città, per storia e tradizione avevano i loro vocabolari non di meno avrebbe dovuto la sua città, poiché: “ ma Bologna che fu chiamata da secoli La madre degli studi, La dotta, la grassa, sia per la fertilità del suolo che occupa, sia per la sua agricoltura e il suo commercio e per quella sede di studi alla quale i più grandi ingegni italiani e stranieri concorsero a perfezionarsi nelle scienze, fra tanti suoi figlioli che si acquistarono gloriosa fama sia nelle scienze come nelle arti, niuno vi fu, che si dedicasse a conservare la lingua di sì cara madre[2], così “Il bisogno di avere un vocabolario per le addotte ragioni e un amorevole desiderio di non volere il mio paese indietro dagli altri, mi mosse a questo lavoro[3].
Pagina iniziale del Vocabolario Bolognese- Italiano 

Fece parte della Commissione per i testi di lingua,  e le sue ricerche linguistico- dialettali furono pubblicate su importanti giornali tra cui “La rivista europea” di Firenze,  la “Rivista di letteratura popolare” di Roma, e l’ “Archivio per lo studio delle tradizioni popolari” di Palermo; un suo studio monografico fu inserito nell’ autorevole opera scientifica “Storia degli usi natalizi in Italia e presso gli altri popoli indo-europei” di Angelo De Gubernatis  edita nel 1878.        

La particolarità di questa filologa fu quella di delineare con le sue opere, nel suo più generale intento di tributare la sua lingua e la sua città, elevandola allo stesso livello delle altre dotandola di testi ed opere linguistiche atte ad esplicarne la complessità, la bellezza ma soprattutto a dare strumenti concreti agli alunni ed agli insegnanti, nonché agli studiosi, fu quella di delineare, probabilmente senza neanche volerlo, una realtà femminile ritratta nei suoi affreschi dialettali composti da detti, proverbi, usanze e tradizioni, dagli usi nuziali a quelli funebri, come l’opuscolo “Alcuni usi popolari bolognesi”, nonché  alle favole.
Scrisse infatti anche il testo “Favole Bolognesi” (Al sgugiol di ragazù) nel 1883, forse la sua opera più conosciuta, una delle quali, La fola dèl Rè di animal, fu ripresa e tradotta da Calvino per la  sua raccolta “Fiabe Italiane” in cui la definì
una sorta di Alice nel paese delle meraviglie dialettale.

Bimbe che leggono un libro di favole, autore sconosciuto.
Anche qui Carolina Coronedi Berti ebbe il chiaro intento di far sapere che anche Bologna aveva le proprie favole: “Ho scritto questa raccolta di favole perché Bologna possa dire, con molti altri paesi d’Italia, d’avere le sue [...][4] . E proprio questo libro sarà dedicato ad una nipotina, Giulietta, una delle tante figure femminili che ci introducono in questo ambiente bolognese in cui ci possiamo immergere e conoscere le abitudini, i costumi e di conseguenza la condizione vissuta dalle donne bolognesi nella società di fine ottocento, infatti la Coronedi Berti pur forte della sua conoscenza linguistica non si ferma alla nobiltà del dialetto ma attinge dalla vita vera, dalla popolazione reale, da come parlano le persone in strada, al mercato, per la via proprio per descrivere e racchiudere la vera lingua bolognese perché il suo contributo voleva essere concreto e reale e allora dalla realtà doveva prendere linfa.

Fu un lavoro sfibrante e impegnativo, una mole enorme di fatica ma ne esce un quadro linguistico ancora integralmente valido ma non solo, la grandezza di questa studiosa è quella di essere stata una delle figure femminili più importanti dell’epoca nella realtà culturale bolognese ma lo é anche oggi ancora per noi per averci regalato nell’interezza della sua opera volta a racchiudere il folclore, e quindi gli usi e i costumi bolognesi, l’immagine effettiva della condizione reale e immaginifica, che però sappiamo racchiude sempre un impatto concreto sulla società di cui è prodotto, della donna bolognese di fine ottocento e di cui lei stessa ne è figura emblematica: “[...] Il mio lavoro, nato in mezzo alle cure della famiglia e accresciuto dal poco mio ingegno, solo dirò ch’egli, qualunque ei sia, venne fatto tutto da me con quel fermo volere, di cui se ne dubita la donna essere capace”[5].


Su questo tema, si veda la raccolta di testi del Congresso organizzato nel 2011 a Bologna nel 100° della morte della studiosa: "Una pioniera degli studi etnolinguistici e demoantropologici: Carolina Coronedi Berti (1820-1911)", intitolata “At vói cuntèr na fóla. : Carolina Coronedi Berti e la cultura del suo tempo”, nello specifico i saggi di Claudia Giacometti: “Le opere e i giorni delle donne nel Vocabolario dialettale di Carolina Coronedi Berti” e il saggio di Elide Casali “I ‘mille volti’ dell’eroina ne Al segugio di ragazù di Carolina Coronedi Berti”.
 

Opere  (alcune) :

 “Vocabolario Bolognese- Italiano”,  1869- 1874;
"Di alcuni usi popolari bolognesi", 1872;
"Usi nuziali del contado bolognese", 1874;
 "Raccolta di novelline popolari bolognesi",  1875;
"Appunti di botanica popolare bolognese", 1875;
"Appunti di medicina popolare bolognese", 1876;
Alcuni usi popolari bolognesi" (Contenente una lettera diretta a Giuseppe Pitrè, in risposta al suo articolo "Sulle costumanze della Sicilia"), 1876;
Favole Bolognesi” (Al sgugiol di ragazù), 1883.
  
"Favole Bolognesi", Ed. Forni, 2000; ristampa
"Vocabolario Bolognese- Italiano"; 2 voll., Ed. Forni, ristampa anastatica



Biografia (recente):

¨ BATTISTINI Andrea, a cura di, “At vói cuntèr na fóla. : Carolina Coronedi Berti e la cultura del suo tempo”, Bologna, Ed. CLUEB, 2012.                                                 






[1] CORONEDI BERTI Carolina, “Vocabolario Bolognese- italiano, Bologna, Ed. Stab. Tipografico di G. Monti, 1869-1874, pag. I, Prefazione.
[2] Idem.
[3] Ivi, pag. II
[4] CORONEDI BERTI Carolina, “Favole bolognesi”, Bologna, Ed. Premiato Stab. Tipografico  a vapore Successori Monti, 1883.
[5] CORONEDI BERTI Carolina, “Vocabolario bolognese-Italiano”, Op. Cit., pag. II, Prefazione.