venerdì 28 marzo 2014

Carolina, la giallista oscurata

Almanacco del 28 Marzo:

Carolina Invernizio ai primi del' 900.



Carolina, tra le più prolifiche ed importanti scrittrici italiane di fine Ottocento che come altre resterà misconosciuta e quasi bistrattata.



Carolina Maria Margarita Invernizio nacque a Voghera in una famiglia agiata con la quale si trasferì prima a Firenze, in occasione del cambiamento della capitale da Torino appunto a Firenze e poi dopo il matrimonio con l'ufficiale Quinternio a Torino ed infine a Cuneo dove aprirà un salotto culturale e dove rimarrà tutta la vita, spegnendosi il 27 Novembre 1916.


Carolina fu una delle più prolifiche scrittrici  italiane di fine Ottocento di romanzi da lei definiti "storico sociologici" ma che in realtà muovono ispirazione dalla cronaca dell'epoca più o meno recente.

Fu una scrittrice di quelli che all'ora si chiamavano feuilleton ovvero i romanzi d'appendice che uscivano a puntate sui giornali.
La sua produzione fu davvero ampia, si calcola che scrisse più di un centinaio di romanzi. Addirittura iniziò già dalle scuole a Firenze, dove frequentò l'Istituto Magistrale e dal quale rischiò di essere espulsa proprio per aver pubblicato, nel giornalino scolastico, un racconto.


Iniziò tuttavia la sua carriera a Firenze con l'editore Salani, con cui pubblicò la sua prima "vera" opera, "Rina o l'angelo delle Alpi" nel 1877, poi fu la volta di "Pia dei Tolomei" nel 1879 con l'editore Barbini. Ma sarà con l'editore Salani che istaurerà un rapporto particolare e a cui rimarrà legata con un contratto in esclusiva nei quasi quarant'anni di sfolgorante carriera.

Nonostante fosse molto amata dal pubblico e le sue opere garantivano numerose vendite ai quotidiani che le pubblicavano, il suo talento non fu mai riconosciuto dagli altri autori più affermati ma probabilmente questo senso di superiorità che le scagliavano contro derivava proprio dal genere letterario a cui appartenevano i suoi racconti, anzi se vogliamo proprio dal fatto che rientravano in un genere minore, un sotto- genere letterario che si rivolgeva ad un pubblico meno colto.

In realtà le sue opere risultano a tutt'oggi molto attuali, con uno stile fresco, a parte il linguaggio vetusto che ci rimanda inesorabilmente ad antichi tempi passati ma la trama è assai fitta, complessa e riccamente intrecciata e questo ancora oggi fa di lei un'abile scrittrice che seppure abbia, come l'accusavano i suoi detrattori, usato gli stereotipi del tempo per farcire i suoi racconti e così catturare e farsi amare e seguire dal pubblico più umile, rivela una capacità di certo non comune a tutti e una sorprendente modernità che forse all'epoca non erano in grado di apprezzare in pieno.


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Molti dei suoi romanzi verranno ripresi da quel genere che oggi è considerato la naturale evoluzione di quelli che erano i feuilleton di una volta, cioè dai film muti prima e dalle serie tv in seguito negli anni quaranta e cinquanta del Novecento. In effetti i suoi lavori richiamano gli albori di quel filone che si svilupperà proprio nei primi anni del Novecento conosciuti come i primi polizieschi o ancor prima i Gialli e i Mistery.


Se è vero che nelle sue opere Carolina tratta  figure estremizzate, del buono e del cattivo, del ricco e del povero e costruisce le sue storie intrecciando gli opposti e sfruttando gli stereotipi che ve ne derivano, lo fa anche con le donne che sono anch'esse presentate  come femmes fatales, ammaliatrici, traditrici, vendicative ma è anche vero che riconosce però anche alla donna il potere, la forza e la dignità di educare l'uomo, e quindi la società stessa "Due nobili cuori, due caratteri forti. Se tutte le donne somigliassero ad esse, anche gli uomini diverrebbero migliori!"[1] oppure ancora fa dire al fratello, nato "dalla colpa" parlando della sorella Clara "Clara sotto un'apparenza delicata, nutriva un animo forte e coraggioso. Dal giorno che ella venne a me, la mai vita cambiò affatto."[2]. Nei romanzi di Carolina infatti sempre saranno presenti i richiami alla famiglia, alle relazioni extra coniugali che portano al peccato e conducono a situazioni riprovevoli molte delle quali sono lo spunto proprio per i delitti che verranno commessi e che troveranno un colpevole che però a differenza dei cosi detti veri e propri polizieschi non vedono, nelle opere di Carolina, uno specifico detective o ispettore ma sono i protagonisti stessi che si ingaggiano ad investigare e a risolvere il crimine ma questo non toglie alla grandezza di questa scrittrice che nulla ha comunque da invidiare alle più grandi firme dei thriller moderni.


Potremmo dire che se gli Inglesi hanno avuto Agatha Christie, noi abbiamo avuto Carolina Invernizio ma forse proprio accecati dagli stereotipi, non siamo stati in grado di riconoscerla.





Edizioni delle Opere (più recenti):

INVERNIZIO Carolina, "Il treno della Morte", Ed. Mursia, 1989.

INVERNIZIO Carolina, "La via del peccato", Ed. Murzia, 1990.
INVERNIZIO Carolina, "La vendetta di una pazza", Ed. Mursio, 1990.
INVERNIZIO Carolina, "Il treno della morte" , ed. Mursia, 2000.
INVERNIZIO Carolia, "Tre storie in giallo e nero", Ed. Armando, 2002.
INVERNIZIO Carolia, "Nero per Signora", ed. Editori Internazionali Riuniti, 2006.
INVERNIZIO Carolia, "Storie gialle, rosa e nere", ed. De Ferrari, 2007.
INVERNIZIO Carolina, "Il bacio di una morta", Ed. Einaudi, 2008.
INVERNIZIO Carolina, "Peccatrice moderna", Ed. Avagliano, 2011.
INVERNIZIO Carolina, "I sette capelli d'oro della fata Gusmara", Ed. GuideMoizzi, 2012.



Biografia:

ECO U. et al., "Carolina Invernizio, Matilde Serao, Liala", Ed. La Nuova Italia, 1979.

LEPSCHY A. L., "Narrativa e teatro fra due secoli. Verga, Invernizio, Svevo, Pirandello", Ed. Olschki, 1984.
PONCHIONE Ornella, "Carolina Invernizio. Il gusto del proibito?", Ed. Piazza D., 2011.
LEVI ANNA; "Si pecca ad ogni pagina. Le due vite di Carolina Invernizio", Ed. Bibliografia ed Informazione, 2013.



Opere libere (alcune):

Su Liber Libri





[1] INVERNIZIO Carolina, "I misteri delle soffitte", Ed. Salani, 1930.
[2]INVERNIZIO Carolina, "Il bacio d' una morta", Ed. Salani, 1926.


mercoledì 26 marzo 2014

Rosa, la maestra che creò l'educatrice... materna

Almanacco del 26 Marzo:








Siamo nell’Italia dell’Ottocento quando fervente era l’interesse per l’educazione e importante l’impegno di chi vi si interessava. Le sorrelle Agazzi furono tra queste, il loro metodo sarà apprezzato e diffuso. Siamo infatti in un periodo di proposte e modelli poi attuati che vede ancor prima Luisa Amalia Palladini, poi Maria Montesssori e appunto anche Rosa e Calorina Agazzi. Tutte con delle loro specificità educative nate dalla loro esperienza, patriottica l’una, scientifica l’altra, empirica le ultime due.

Rosa Agazzi nasce il 26 Marzo a Volongo in provincia di Cremona nel 1866 da una normalissima famiglia, dal papà artigiano, Achille, e dalla mamma Angela. Ebbe i primi rudimenti educativi grazie ad uno zio prete per poi frequentare la scuola elementare di Volongo e in seguito la scuola di perfezionamento  in vista di frequentare la  scuola Normale a Brescia che la preparerà ad intraprendere la professione di insegnante nel 1870 in un paesino del bresciano, insieme con la sorella Carolina. E proprio dalla loro diretta esperienza nell’insegnamento presero poi lo spunto per proporre una loro nuova esperienza d’istruzione soprattutto per i bambini dell’asilo. 

Rosa i primi anni si trova ad insegnare in una scuola elementare, con classe affollate anche da quasi cento alunni, scarse condizioni igieniche, carenza di materiale didattico e dove l’ambiente poco aerato risultava insalubre. D'altronde una situazione molto diffusa anche nel resto del paese.

Sicuramente basandosi sull'esperienza fröbeliana, aveva frequentato infatti un corso Froebeliano, in realtà Rosa Agazzi rielabora in base alla sua esperienza gli  aspetti del gioco e della spontaneità di questo metodo che si era diffuso in Italia ma che nella sua esperienza vedeva essersi ridotto in aspetti astratti che nella pratica non aiutavano il bambino, in uno dei suoi testi affermerà proprio l’esigenza di modificare il  metodo di Fröbel.

Il suo nuovo criterio prevedeva un’educazione che partiva dal bambino, dall’attenzione e al rispetto del bimbo. Quindi la loro idea vedeva sì il gioco ma come momento esperienziale, c’erano lezioni di vita pratica, con esercizi atti a stimolare ma sempre in modo autonomo le reazioni dei bambini tramite gli oggetti veri della vita quotidiana, creando il così detto “Museo delle cianfrusaglie” che raccoglieva oggetti all’apparenza privi di senso, come bottoni, cappelli, fili, tutti quegli oggetti che Rosa aveva notato i bambini portavano da casa per giocarci spontaneamente, venivano collezionati ed ordinati secondo un criterio, insieme agli oggetti che invece si producevano in classe; Rosa li fece diventare elementi attivi dell’esperienza educativa dei bambini, ma negli esercizi pratici rientrava, ed era fondamentale, anche il canto, il disegno spontaneo con cui il bambino esprime il suo mondo interiore ed il giardinaggio con cui l’educatrice esortava anche riflessioni religiose sul Creato ma permetteva anche al bambino di avere un rapporto diretto con la natura, il terreno, una esperienza ritenuta fondamentale nel percorso formativo agazziniano poiché avvicinava il bambino a Dio, gli permetteva di toccare la terra, di sporcarsi, di fare quelle esperienze con la materia di cui i bambini hanno bisogno e in più li faceva concentrare comunque su un lavoro ed apprezzare la natura. Poi però c’era anche il linguaggio, che veniva coltivato anche a livello dialettale, riscoprendo il ruolo della fiaba tradizionale.



bambina e bambino ambiente e spazioPoi c’erano le lezioni di sviluppo di vita sensoriale, con esercizi dedicati allo sport, e gli esercizi di socievolezza, infatti i bambini imparavano a vivere insieme in un ambiente che doveva essere armonico, pulito ed esteticamente bello, poiché ordinato e proporzionato. Doveva essere un ambiente che richiamasse la familiarità poiché era importante il rapporto che doveva instaurarsi tra il bambino e l’adulto, l’educatore, doveva stimolarlo al confronto e quindi doveva richiamare quell’ambiente che più tranquillizza il bambino cioè la casa, la famiglia, anche la maestra, che ormai si doveva definire educatrice, doveva sostituirsi per quelle ore alla figura della mamma, da qui gli asili presero il nome di scuole materne.
Quindi anche il ruolo delle insegnati cambiò, si chiamarono educatrici e dovevano avere una preparazione specifica, dovevano avere una vocazione, entusiasmo, una grande capacità di osservazione per intervenire, senza sovrastare il bambino, a seconda delle esigenze dei singoli bambini, stando attente a non sostituirsi
  a loro ma lasciandoli liberi nelle loro reazioni agli stimoli, inoltre dovevano sapersi organizzare e pensare la lezione nelle sue attività quotidiane, non dovevano quindi improvvisare, come spesso succedeva invece spesso nella realtà scolastica dell'epoca. Diventava di conseguenza poi importante anche il rapporto tra scuola e famiglia, poiché il bambino doveva poter continuare la sua esperienza anche in casa, con la famiglia, nasceva quindi una collaborazione tra le due primarie istituzioni socializzanti ed educative della società.

L’ambiente poi doveva essere armonioso, pulito, e a portata di bimbo per stimolare il saper fare, e soprattutto il fare da sé. Tavoli, sedie, attaccapanni... tutto doveva essere alla loro portata poiché fondamentale in questa nuova metodica educativa è proprio stimolare i bambini a saper fare da soli senza però tralasciare la socievolezza infatti con gli esercizi preposti tipo il far allacciare il bavaglino dal bambino più grande a quello più piccolo o far insegnare direttamente dal bambino che già sa fare una determinata cosa a quello nuovo che non sa, nasce la figura del bambino tutore e di quello distributore.

Ma l’educazione del bambino passa anche per quella spirituale per cui doveva essere informato ed “abituato” alla religione parlandogli delle festività che di volta in volta interessavano quel periodo dell’anno.
Bisognava rivolgersi al bambino per educarlo al sentimento tramite riflessioni stimolate dalla maestra anche tramite gesti di cortesia, ma serviva anche un’educazione morale stimolata grazie a regole di pulizia, igiene personale, dell’ambiente, con l’ordine e con palese disapprovazione dei comportamenti scorretti, ma c’era bisogno anche di un’educazione fisica, nonché di quella religiosa.

Il metodo delle sorelle Agazzi era un’ educazione completa del bambino per educare un futuro adulto che era stato istruito alla bellezza intesa come armonia data dall' igiene personale, dell’ambiente in cui si vive, attento a se stesso ma anche agli altri, perché ha imparato a prendersene cura, alla natura, e alla spiritualità.

Questa nuova idea di intendere l’educazione ebbe successo in Italia, e il loro asilo, di Montiano, divenne un riferimento per tutto il paese, tanto che nella circolare ministeriale del 1914 in cui si vedevano chiari riferimenti alla nuova metodica agazziniana, gli asili vengono definiti per la prima volta in modo ufficiale con il termine di scuole materne.
Ma con il periodo fascista Rosa e la sorella furono messe a riposo anche se continuarono la loro azione divulgatrice tenendo incontri e corsi di formazione soprattutto a Brescia. Tanto che sul finire della seconda guerra mondiale il loro sistema si era diffuso anche all’estero, soprattutto in Svizzera, Spagna, Belgio, Germania, Romania, e addirittura in Sud Africa.

Subito dopo la guerra Rosa tornò nel suo paese di origine, Volongo, dove riprese la sua professione di educatrice nella locale scuola materna. Dopo aver ricevuto la medaglia di d’argento dei benemeriti dell’istruzione e la stella d’oro al merito della scuola nel 1941, fu nominata anche Ispettrice Onoraria della scuola materna dal Presidente della Repubblica.

Morirà nel 1951, il 9 Gennaio nel suo paesino di Volongo.



Opere:

¨“L'abbicì del canto educativo”, 1908; 
¨“La lingua parlata”, 1910; 
¨“Bimbi, cantate!”, 1911,
¨“Come intendo il museo didattico nell'educazione dell'infanzia e della fanciullezza”, 1922
¨Guida per le educatrici dell'infanzia”, 1932
¨Note di critica didattica”, 1942.



Bibliografia (più recente):

¨BORGHI.  B. Q., a cura di “Coro di bimbi a Mompiano. La didattica del canto in Rosa Agazzi”, Ed-. Junior, 2001;
¨DALLE FRATTE G., a cura di “Azione educativa, formazione professionale, comunità. Le tracce agazziane”, Ed. Junior, 2001;
¨MACCHIETTI S. S., a cura di  “Alle origini dell'esperienza agazziana: sottolineature e discorsi”, Ed. Junior, 2001;
¨PAPARELLA N., a cura di Infanzia apprendimento creatività”, Ed. Junior, 2001;
¨MAROLLA A., ROSSETTO T., a cura di “La Scuola Agazziana tra presente e futuro”, Ed. Junior, 2002;
¨ALTEA Francesco, “Il metodo di Rosa e Carolina Agazzi”, Ed. Armando, 2011.


lunedì 24 marzo 2014

Olive, la "sacerdotessa"

Almanacco del 24 Marzo:



diritti donne condizione femminile movimento femminista




Olivia, la sudafricana, per niente colonizzatrice, affatto patriottica, del tutto ribelle.

Olive nasce il 24 Marzo 1855 in Sudafrica, a Wittenberg in una famiglia di metodisti, dal missionario Gottlob Schreiner e dall’inglese Rebecca Lyndall. Nona di dodici figli, visse un’infanzia indigente che la costrinse a diventare un’autodidatta e ricevere un'istruzione formale solo all'età di undici anni ma questo non le impedì di formarsi con le opere di John Stuart Mill o di Eliot. Il clima e l’educazione rigida e formalmente religiosa che condizionarono la sua formazione la indussero a sviluppare un carattere “ribelle” che condizionerà le sue esperienze e di conseguenza le sue riflessioni sociali, politiche e, a scriverne, sconvolgendo la chiusa e pesante società vittoriana, diventando per contro un punto di riferimento dei primi movimenti femministi.
 Fu avviata al mestiere di governante, come si confaceva al suo sesso e ai costumi a suo tempo praticati nella società, per ben sette anni, ma poi la sua indole di natura indomita la portò a cercare a tutti i costi di andare all’università e per questo arrivò a Londra, grazie ad un’amica Mary Brown a cui dedicherà il suo primo libro, ma il suo sogno non durò. Infatti a differenza della sorte riservata ai suoi fratelli, a lei fu preclusa, per motivi economici ma anche di salute, ogni possibilità di poter entrare alla Facoltà di Medicina e allora riprese quella passione che già aveva intrapreso quando ancora nel Karoo, il deserto sudafricano in cui viveva, aveva cominciato a scrivere quelle opere che rimarranno inedite e pubblicate solo postume.
Così uscì la sua prima opera, una delle migliori, nel 1833 sotto però lo pseudonimo maschile di Ralph Iron, “The Story of an African Farm”, in cui già ritroviamo importanti riflessioni sulla condizione della donna. La protagonista, almeno quella che esce in modo più “prepotente”, è Lyndall una ragazza che affronta e sfida le convenzioni sociali e allo stesso tempo le analizza, regalandoci un quadro della società ottocentesca influenzata dalla visione vittoriana.
Olive accentrerà il suo lavoro sulla rivendicazione femminile però con il libro “Woman and Labour”, dove chiaro sarà la sua rivendicazione soprattutto in favore  dell’educazione, un’istruzione volta a preparare le donne al lavoro: “Give us labour and the training which fits for labour!- dateci lavoro e il metodo che è utile per svolgerlo!-”[1] inizia proprio così il suo scritto, quello ritenuto poi la così detta "Bibbia del femminismo".
Olive nel 1889 in un suo viaggio in Francia.

Olivia, partendo dalla sua esperienza si rende conto che l’istruzione per le donne è un qualcosa di fondamentale ma soprattutto la loro preclusione è un condizionamento tanto più forte quanto le rende inattive nella società, e forte infatti è il suo richiamo ai parassiti che nella società non- umana influenzano la loro comunità.
Il libro infatti si concentra sull’analisi di quelle forme parassitarie anche frequenti in natura, e qui Olivie, è figlia del luogo dove è nata e cresciuta, probabilmente è perché vive in un paese “ancestrale” come il Sudafrica che le viene l’idea di partire anche dalla natura per analizzare la condizione umana, in particolare quella della donna nei diversi periodi storici.
Per lei la condizione femminile, delle donne bianche e borghesi, è una situazione limitante e oltraggiosa, spregevole perché le rende improduttive, incapaci di partecipare alla loro stessa società e le soggioga inevitabilmente in una situazione di inferiorità, che le rende incapaci di scegliere la loro natura, di indirizzare la loro vita.
Il parassitismo è un male sociale, destinato a infettare tutta la società, perché le donne sono coloro che hanno il ruolo più importante, quello di far nascere, crescere, sviluppare e portare avanti il creato e quindi la loro impronta dovrebbe essere più decisa, perché è in realtà decisiva per tutto il genere umano: “Ancora e ancora nella storia passata, quando tra le creature umane è stato raggiunto un certo livello di civilizzazione materiale, si è manifestata una curiosa tendenza per le donne umane nel diventare più o meno parassitarie; le condizioni sociali tendono a privarla di ogni forma di attività, coscienza, lavoro sociale, e a ridurla, come la zecca, alla mera funzione sessuale. E il risultato di questo parassitismo è stato l’inevitabile decadimento nella vitalità e intelligenza della donna, seguita subito dopo un periodo più o meno lungo, da quella dei suoi discendenti maschi e dell’intera società.”[2].
Olive, vede nell’inattività, fisica ma anche intellettuale, delle donne, rese tali dall’impossibilità di studiare e lavorare, una forma di parassitismo tanto nociva in natura,“Ovunque, nel passato come nel presente, il parassitismo della femmina annuncia il decadimento di una nazione o di una classe, come le pustole del vaiolo sulla pelle indicano invariabilmente la presenza di un virus purulento nel sistema[3] , quanto per l’intero genere umano: “Così, il parassitismo femminile, che in passato ha minacciato solo una parte minima delle donne della terra, in condizioni esistenti minaccia vaste masse, e può, in condizioni future, minacciare l'intero corpo[4].
Ritrova nella cultura, nei suoi valori dominanti, nei significati e nell’effetto prodotto dall’azione dei significanti la causa della condizione femminile, una carenza che impoverisce tutta la società, perché la donna ha invece un ruolo importante, fondamentale, quello di trasmettere e creare cultura: “E ' la donna che è lo standard finale della razza, dalla quale si deve partire e dalla quale non si può prendere alcuna distanza in nessuno determinato periodo di tempo, in nessuna direzione: come il suo cervello indebolisce, indebolisce l'uomo che lei alleva, come il suo muscolo si ammorbidisce, si ammorbidisce il suo, di lui, come lei decade, decade il popolo[5] poiché: “Come abbiamo detto il potere della donna umana  di imprimere se stessa nella sua discendenza, maschile e femminile, non solo tramite l’ereditarietà dei geni, tramite l’influenza durante il periodo della gestazione, ma soprattutto producendo l’atmosfera mentale nella quale saranno passati i primi anni infantili così impressionabili,  fa della condizione di allevatrice di bambini della donna un interesse preminente per la razza[6]


Il deserto del Karoo




Importante quindi è come la donna stessa si concepisce e come di conseguenza proietta la sua importanza e la sua azione nel mondo, Olive sottolinea come la donna libera di essere e soprattutto messa nelle condizioni di potersi esprimere, grazie anche ad un’adeguata formazione può sorprendere la società stessa, ma sono situazioni che non ssanno valutare poichè le donne non sono libere: “ Il semplice fatto che , le poche donne che, fino ad oggi , hanno ricevuto una formazione e a cui è stato permesso di dedicarsi allo studio astratto , molte si sono distinte nella matematica superiore, non dimostra di necessità nessuna tendenza preminente da parte del sesso femminile in direzione della matematica  rispetto al lavoro nei settori da statista , nell’ amministrazione , o nella legge; visto che in questi campi non c'è stata praticamente alcuna ammissione per le donne . A volte si afferma che, visto che molte donne di genio in tempi moderni hanno cercato di trovare l'espressione per il loro potere creativo nell'arte della finzione , ci deve essere qualche collegamento insita nel cervello umano tra la funzione ovarica e l'arte della finzione . Il fatto è che la narrativa moderna è solo una descrizione della vita umana in ogni sua fase , ed essendo l'unica arte che può essere esercitata senza una formazione speciale o apparecchi speciali , e prodotta nei momenti rubati alle molteplici occupazioni  che riempiono la vita della donna media , questa é stata spinta a trovare questo sbocco per i suoi poteri come l'unico che si presenta . Quale avrebbe potuto essere altrimenti la direzione in cui il loro genio si sarebbe naturalmente espresso, può essere conosciuta solo in parte anche alle donne stesse , ciò che il mondo ha perso da quella espressione obbligatoria del genio , in una forma che non può essere stata la sua forma più naturale di espressione , o solo una delle sue forme , nessuno lo potrà mai sapere[8] .

Ma Olive, vede che anche nella storia la condizione femminile è sempre uguale a se stessa, è rimasta invariata: […]E mentre l'accumulo di ricchezza è sempre stata la condizione antecedente, e la degenerazione e la trivialità del maschio la causa finale ed evidente della decadenza delle grandi razze dominanti del passato,  tra i due è sempre rimasto, come grande medio termine, il parassitismo della femmina, senza il quale il primo sarebbe stato inoperante e l'ultimo impossibile.” Invece: “Nessuna schiavitù, né le più vaste accumulazioni di ricchezza, potevano distruggere una nazione per snervamento, le cui donne rimasero attive, virili, e laboriose.[9].

La prima opera pubblicata con il nome maschile di Ralph Iron.


Vede invece nell’ industrializzazione, nella modernizzazione della società, tramite la nuova organizzazione del lavoro una possibilità per le donne, perchè ormai gli schemi sociali sono antiquati, non più validi , la società è cambiata,  sta cambiando, industrializzandosi, meccanizzandosi e quindi la ricchezza, data dall’ abbattimento del tempo e della forza lavoro necessaria sta riguardando una crescente fetta della società così che però aumenta di conseguenza anche la massa di donne “inette”,  e questo diventa un problema grave per l’intera società: “Al giorno d'oggi, il progresso fatto è stato così enorme nella sostituzione della forza meccanica del rude, e fisico, sforzo umano (la forza meccanica è stata impiegata oggi, anche nella formazione di biberon e nella creazione di cibi artificiali come sostituti del latte materno !), che è ora possibile non solo per una piccola e ricca sezione di donne in ogni comunità civile essere mantenuta senza eseguire alcuna delle antiche fatiche fisiche del loro sesso, e senza dipendere dalla schiavitù, o da qualsiasi notevole aumento del lavoro di altre classi di femmine, ma questa condizione è già stata raggiunta, o tende a essere raggiunta, da quella grande massa di donne nelle società civilizzate, che formano la classe intermedia tra i poveri e i ricchi.[10]. Infatti prima la condizione “parassitaria” femminile era più contenuta: “Tuttavia, nella storia del passato i pericoli del parassitismo legato al sesso femminile non hanno mai minacciato più di una piccola parte delle femmine della razza umana, quella esclusivamente di una relativamente piccola razza dominante o una classe […][11]Ma invece: “Noi, le donne europee di questa età, stiamo oggi dove ancora e ancora, nella storia del passato, hanno resistito  donne di altre razze, ma la nostra condizione è ancora più grave, e di una più ampia portata per l'umanità intera come la loro non è mai è stata.[12].
La società sta cambiando, si sta modernizzando, i vecchi ruoli sociali, la divisione, tra i sessi, l’uno dominante, attivo, l’altro sottomesso, inattivo, “parassita” per dedicarsi alla prole e alla famiglia, non hanno più motivo d’essere: “Durante i prossimi 50 anni, così rapido sarà senza dubbio la diffusione delle condizioni materiali della civiltà, sia nelle società attualmente civile e nelle società attualmente impermeabilizzate dalla nostra civiltà materiale, che le antiche forme di femmina, domestica, del lavoro fisico anche di donne delle classi più povere saranno poco richiesti, il loro posto viene preso, non da altre femmine, ma da sempre sempre più macchine perfezionate per  risparmiare lavoro[13].
Perchè se è vero che: “E’, che, in futuro, i macchinari e le forze motrici della natura prenderanno in gran parte il posto della mano umana e piede nel mercato del lavoro dell’ abbigliamento e dell’alimentazione dei popoli, sono questi i settori dell'industria che non saranno più lavori domestici?, Allora, chiediamo nella fabbrica, nel magazzino, e nel campo, ovunque le macchine hanno usurpato la nostra antica terra di lavoro, che anche noi dovremmo avere il nostro posto, come orientatori, controllori e possessori, perché, “ Sta la cura di bambini  diventando un lavoro di una parte del nostro sesso?-Allora noi chiediamo per quelle tra noi che non sono autorizzate a prendere parte ad essa, di compensare e altrettanto onorare importanti settori della fatica sociale. Sta diventando la formazione di creature umane una professione sempre più onerosa e faticosa, la loro educazione e cultura, sempre più una grande arte, complessa e scientifica?, Se è così, allora, chiediamo quella cultura e quell’ alta  e complessa formazione  che ci è idonea per istruire la razza che portiamo nel mondo.[14].

Quindi: “Le condizioni materiali di vita del passato sono andate per sempre, nessuna volontà umana può rievocarle, ma questa è la nostra richiesta: Chiediamo che, in quello strano mondo nuovo che sta nascendo sopra l'uomo e la donna, dove nulla è come era, e tutte le cose stanno assumendo nuove forme e relazioni, che in questo nuovo mondo anche noi avremo la nostra parte di fatica umana onorata e socialmente utile, la nostra piena metà del lavoro dei Figli della donna. Non chiediamo nulla di più di questo, e non prenderemo niente di meno. Questo è proprio il nostro "Diritto di Donna![15] , ognuna quindi faccia la sua parte: “ Pertanto; noi affermiamo, oggi, tutto il lavoro per la nostra provincia! In quei grandi campi in cui sembrerebbe che il sesso non gioca alcun ruolo, e altrettanto in quelli più piccoli in cui gioca un ruolo[16].



rivendicazione dei diritti delle donne
Olive scrisse la prefazione per l' edizioni del 1886.
Olive Emilie Albertina, da sempre di salute cagionevole, sarà condizionata nei suoi spostamenti ed esperienze dall'asma che l'affliggeva, e spesso dovrà tornare nella sua terra, il Karoo per trovare sollievo per la sua salute. Tuttavia in Europa riuscirà, prima di essere costretta a tornare in Sudafrica per curarsi, a frequentare l'élite londinese dal rinomato sessuologo Hellis al fondatore dell'attivismo socialista e per i diritti dei gay Gray, a Karl Pearson, l'ideatore dei Club di Uomini e Donne dove si affrontavano le relazioni tra i sessi, dal matrimonio alla prostituzione. Ma viaggiò anche in Svizzera, Italia e Francia, collaborando anche con Mary Wollstoncraft, scrivendole la prefazione per l' edizione del 1886 dell'opera "A Vindication of the Rights of Women".  Ma in qualsiasi luogo si trovi troverà sempre un buon motivo, una causa da difendere e far conoscere, tramite la sua professione, dalla lotta al nascente apartheid in Sudafrica, alla difesa degli ebrei, e non per ultimo, come visto dei diritti delle donne. Tornata dopo la Prima Guerra mondiale da Londra nella sua terra per l'aggravarsi delle condizioni di salute, morirà a Città del Capo nel 1920, l'11 Dicembre.



Opere:


  • "The Story of an African Farm",  1883;
  • "Dreams", 1890;
  • "Dream Life and Real Life", 1893;
  • "Trooper Peter Halket of Mashonaland",1897;
  • "An English South African Woman's View of the Situation",1899;
  • "A Letter on the Jew", 1906;
  • "Closer Union: a Letter on South African Union and the Principles of Government", 1909;
  • "Woman and Labour", 1911;
  • "Thoughts on South Africa", 1923 (Postumo);
  • "Stories, Dreams and Allegories", 1923 (Postumo);
  • "From Man to Man or Perhaps Only", 1926 (Postumo);
  • "Undine", 1928 (Postumo)


Opere tradotte in lingua italiana:
SCHREINER Olive, "1899", Roma, Ed. Lavoro, 1988;
SCHREINER Olive, "Storie di una Fattoria Africana", Firenze, Ed. Giunti, 2002;
SCHREINER Olive, "Sogni", Giulianova, Ed. Galaad, 2009.



Traduzione a cura di Silvia Palandri



[1] SCHREINER Olive, “Woman and Labour”, Capo di Buona Speranza, 1911.
[2] Chapter II.
[3] Ibidem.
[4] Ibidem.
[5] Ibidem.
[6] Ibidem.
[7] SCHREINER Olive, “The Story of an African Farm”, London , Ed. Chapmann and Hall, 1883, pag. 182.
[8] Chapter IV: Woman and War.
[9]    Chapter II: Parasitism.
[10] Chapter III.
[11] Chapter II.
[12] Ibidem.
[13] Chapter III: Parasitism.
[14] Chapter II.
[15] Chapter I.
[16] Chapter V:  Sex Differences.

martedì 18 marzo 2014

La Pistoiese che sfidò Petrarca

Almanacco del 17 Marzo:
poesia poetesse erudite Arcadia
Corilla Olimpica cinta d'Alloro


Colei che rimando, le “cantò” ai poeti più famosi, incoronata d’alloro suscitò invidie e maldicenze che ne condizionarono la vita più di quello che poterono i suoi talenti.

Maria Maddalena Morelli, nacque a Pistoia il 17 Marzo 1727 dal musicista, violinista Jacopo e da Maria Caterina Buonamici. Ebbe un’educazione sufficiente a far emergere fin da giovane età il suo talento d’improvvisatrice letteraria nel collegio salesiano di Pistoia . Conobbe la Principessa Vittoria Rospigliosi Pallavicini a Firenze dove si era trasferita nel 1746 per dar lustro ai suoi talenti, che la vorrà con se’ a Roma dove la sua fama raggiunse i massimi livelli vedendola iscritta all’Accademia dell’Arcadia con il nome di Corilla Olimpica nel 1771.
Ma Maria Maddalena volle portare le sue rime e i suoi talenti alla conoscenza dei molti così si trasferì a Napoli e lì rimase per circa dieci anni. Qui la Principessa di Colobrano, Faustina Pignatelli, la prese a ben volere e ne incoraggiò le attività culturali. Maria Maddalena prese allora coraggio e sfidò addirittura il Metastasio in una gara di improvvisazione, il quale comunque declinò l’invito ma rimase colpito e ammirato dalla poetessa Maria Maddalena che gli scrisse “Dalle felici gloriose sponde” nel 1751 quando entrò anche all’Accademia degli Agiati di Rovereto come Madonna Damerille.

 Il suo soggiorno partenopeo le valse le ammirazioni dei letterati più importanti e conosciuti come Zanotti e Passeri con i quali ingaggiava “duelli” a distanza ma le valse anche un marito, il Segretario di Guerra spagnolo Ferdinando Fernandez con il quale si sposò ed ebbe un figlio, Angelo che però lasciò a Napoli per far ritorno a Roma 
nel 1760, presso la Principessa Rospigliosi Pallavicini, per ampliare la sua fama di poetessa improvvisatrice.
Di lì a poco tuttavia si trasferì nuovamente prima a Pisa, dove incontrò il famoso tombeur de femmes, Giacomo Casanova, poi  a Siena dove fondò  una sua Accademia, l’Ordine dei Cavalieri Olimpici nel 1761, poi ancora a Parma e a Bologna, a Venezia e di nuovo a Bologna fino ad Innsbruck, Inspruch, invitata da Francesco I alla corte austriaca, la Corte Imperiale, nel 1765 in qualità di Poetessa Laureata in occasione del matrimonio del Gran Duca Leopoldo di Toscana con l’Infante Maria Luisa di Spagna.


Targa commemorativa a Firenze
L’anno seguente riceve un’altra nomina, a membro dell’Accademia Clementina nel 1766. Trasferitasi permanentemente a Firenze su invito personale del Granduca Leopoldo, creò presso la sua abitazione un salotto frequentato dai più importanti letterati ed artisti internazionali, come anche il giovanissimo Mozart portato in giro per l’Italia dal padre Leopold per il “Grand Tour” come era di moda all’epoca.

Nel 1771 fu ammessa all’Arcadia come Corilla Olimpica e solo pochi anni più tardi fu nominata per ricevere la “Coronazione”, che fino ad allora era stata concessa solo a Petrarca, al Tasso e al Perfetti.  
Lo stesso Papa Pio VI, acconsentì alla sua nomina prima di Nobile Romana e poi alla Coronazione d’alloro in Campidoglio ma: “[...] Vuole però, che a tal Funzione precedano quegli esperimenti, che furono praticati nella Coronazione dell’inclito nostro Compositore ALARO EUROTEO; [...]  Gli esperimenti si riducano a dodici temi da proporsi alla Poetessa da dodici Pastori Arcadi, che dovranno da voi deputarsi”.[1] Così Corilla Olimpica fu sottoposta, dopo proposta di Coronazione, all’esame di dodici Pastori su altrettante materie in tre sezioni diverse: “Il Custode propose la lista di trenta Arcadi, tra i quali  si poteano scegliere i Dodici Esaminatori, che in tre sezioni separate dovessero dare a Corilla un argomento sopra la Scienza o Arte, che sarebbe stata loro assegnata secondo l’ordine, che si vedrà [...][2]; quindi: “Quindi si corse il bussolo, ed eletti che furono per partito segreto gli Esamonatori, vennero loro assegnate le rispettive materie [...][3].
Tuttavia la sua nomina, non fu accolta solo da clamore e curiosità ma ebbe tanti detrattori, primo fra tutti il famigerato Pasquino ma anche i gesuiti, fieri oppositori del neo eletto Papa Pio VI.
Nonostante il suo esame si volse alla presenza di tantissima gente accorsa ad ammirare la celebrata capacità poetica di Corilla e alla presenza di persone importanti ma anche qualificate: “Non solo la consueta sala preparata per la Funzione, ma anche le camere contigue si riempirono di Letteratura e di Nobiltà, oltre diciotto Dame, ed alcune Principesse[4], la sua Coronazione destò malcontenti, calunnie e addirittura molti suoi sostenitori ritennero più saggio toglierle la loro protezione e amicizia, tanto che Maria Maddalena si rifugiò di nuovo a Firenze.
Solo l’anno dopo, anche con la pubblicazione degli “Atti della Coronazione di Corilla” il malcontento si placò ma rimase molta amarezza in Maria Maddalena soprattutto per il comportamento poco leale di alcuni suoi sostenitori. 



Dedica dell'opera che il Miollis volle per la morte di Corilla.
L’incoronazione comunque fu spettacolare ed avvenne in Campidoglio dopo che: “Noi infrascritti Pastori Arcadi Deputati dal seggio Collegio d’Arcadia sotto il 26 Luglio 1776 a fare l’Esperimento del poetico valore dell’inclita ed erudita Pastorella Corilla Olimpica signora Donna Maria Maddalena Morelli Fernandez Pistojese, in preliminare della solenne Coronazione in Campidoglio [...] attestiamo di averla interrogata ciascuno di noi sopra una delle infrascritte materie scientifiche e letterarie, e di aver ascoltato le di lei risposte dateci estemporaneamente in vari metri toscani, con solo con  mirabile poetico entusiasmo, ma ancora con pienezza di erudizione, con eleganza e purità di lingua, e con sorprendente felicità di stile, dimodoche di comun sentimento giudichiamo l’incomparabile Poetessa superiore al sesso, eccellente nel canto Estemporaneo, e dotata di ingegno così straordinario e sublime, che ben si rende degna del cospicuo onore della Laurea Capitolina accordatele dalla Sovrana Autorità a maggior incremento delle buone Lettere Italiane,, e a perpetua gloria dell’Arcadia e di Roma[5]
In Campidoglio, verso sera, Maria Maddalena Morelli Fernandez, Corilla Olimpica: “ [...] indi inginocchiatasi innanzi ai signori Conservatori,..., ricevé sul capo dalle mani del primo di essi la Corona d’alloro [...][6] e “ricevuta che ebbe la Laurea, Corilla, levassi, in piedi, e si portò a sedere nella sedia a lei preparata sul piano del trono istesso[7].


Così però dopo gli allori, Maria Maddalena dovette quasi fuggire da Roma, per le grandi proteste e rimostranze dei suoi detrattori e si rifugiò nella sua città, Firenze, dove vi restò per il resto della sua vita, e dove continuò a coltivare uno dei suoi talenti più spiccati, oltre la musica, appunto l’arte dell’improvvisazione poetica che le valse tanta fama e riconoscimenti come quello di Caterina II di Russia che la invitò presso la sua corte ma che non ebbe seguito per motivi di salute, infatti Maria Maddalena ormai era debilitata e messa a dura prova anche da disgrazie finanziarie, tanto che nel 1782 la stessa Imperatrice Caterina II le riconoscerà una pensione; si mosse solo per passare l’inverno a Napoli nel 1785 invitata dai regnanti Ferdinando IV e Carolina delle Due Sicilie per i quali aveva scritto un componimento per la loro visita a Firenze.

Continuò tuttavia, nonostante i problemi di salute, a comporre per i sovrani e per celebrare gli avvenimenti più importanti della vita pubblica e della sua vita privata e nel 1793 fu mecenate di un’altra poetessa Teresa Bandinetti Landucci, la Pastorella Amarilli Etrusca, in cui rivedeva doti da incoraggiare e promuovere e per la quale scrisse il sonetto Anglico e piccol dono nel 1793.
Di  lì a poco fu colpita da apoplessia e tre anni dopo morirà a Firenze nel 1800, l’8 Novembre, lasciando alla Chiesa della Madonna dell’Umiltà di Pistoia la sua Corona d’alloro. Sarà seppellita nell’oratorio di San Francesco di Paola.

Madame de Staël, si ispirerà a lei e alla sua figura per scrivere “Corinne o  l’Italie”, romanzo del 1807, considerato il primo romanzo della letteratura femminile dell’Ottocento, che vede come protagonista proprio una poetessa che incontra un ragazzo inglese.  Corinna, la protagonista diventa l’emblema dell’emancipazione femminile nella cultura europea, quando Napoleone ormai da anni con il suo nuovo codice l’ha invece nuovamente rilegata a figura sociale e familiare di secondo piano.

Maria Maddalena Morelli, Fernandez, Corilla Olimpica dedicò la sua vita alla sua Arte, fu figura dirompente, sposata, lasciò marito e figlio pur di realizzare la sua vocazione di poetessa, arrivando ai più alti livelli, e forse per questo non fu perdonata ma che tuttavia comunque fu protagonista:  “[...] d’un meraviglioso fenomeno accaduto ai nostri giorni, cioè, che una Gentildonna Poetessa abbia potuto farsi rivale del Petrarca, e del Tasso col meritare la Corona Capitolina, [...][8] , “[...] dalla pubblica autorità per mano del Senato Romano l’onorificenza perenne dell’ Alloro Capitolino, di quell’ Alloro, che Roma sola dispensa al vero Merito e alla Virtù, che passa nome di chi lo porta alla più tarda posterità, e di cui niuna Donna finora giunse su questo luogo a porersene le chiome fregiare”.

E così celebriamo ed onoriamo colei che per tutte noi è arrivata al massimo riconoscimento, con uno dei componimenti che per lei scrissero i più importanti membri dell’Arcadia e non, chiamati a festeggiare e celebrare la sua Coronazione; questi sono i versi che la Contessa Massimilla Paradisi, membro degl’ Ipocondriaci di Reggio con il nome di AGLAURO scrisse per commemorarla, e anche noi tramite lei:

 Sonetto

“ Del Sesso nostro i vanti Invidia vede,
E bieca gli dissimula, e gl’invola:
Tace le illustri nell’Aonia scola,
Tace le chiare in armi, o in regia sede;

Ma tu non tacerà, cui Febo diede
L’arti, onde a chiare eternità si vola,
Dama immortal, che a render basti sola
Del femmineo valor splendida fede.

Ecco festivo il Campidoglio attende
Il trionfal tuo Cocchio; e il sacro Alloro
Sovra le bionde chiome ecco ti splende.

De’ Vati assorge a te lo stuol canoro;
e Febo te, cui divo onor si rende,
Decima aggiunge delle Muse al Coro.”





[1]Atti della Coronazione di Corilla”,Parma, Stamperia reale di Parma, anno MDCCLXXIX, Pag. 36.
[2] Ivi, pag. 38.
[3] Ibidem.
[4] Ivi, pag. 45.
[5] Ivi, pag. 49.
[6] Ivi, pag. 58.
[7] Ivi, pag. 59.
[8] Ivi, pag. 21.