venerdì 11 aprile 2014

La Contessa che amava "tramare"

Almanacco del 10 Aprile:

del filet e merletto
Ritratto della Contessa Gabriella Rasponi Bonanzi Spalletti Trivelli



Siamo in Toscana a fine Ottocento, nella campagna remota nella provincia tra Prato e Pistoia, una provincia ancora oggi famosa per l’artigianato, famosa in tutto il mondo per l’industria dei mobili e la complementare biancheria per la casa. Ma questa indelebile e duratura notorietà, indiscussa, che è arrivata fino ai nostri giorni e fino agli angoli remoti del resto del mondo, non si sa così spesso ma è merito di una donna.

Gabriella Rasponi nasce a Ravenna  il 10 Aprile 1853 da Cesare Rasponi Bonanzi, vice console in Francia, deputato nei governi Lanza e De Pretis e in seguito senatore del Regno d’Italia e da Letizia Rasponi Marat. Era nipote di Gioacchino Marat e Carolina Bonaparte, sorella di Napoleone.

Si sposa giovanissima, non ancora diciottenne, con il Conte Venceslao Spalletti Trivelli da cui avrà due figlie e un figlio e di cui rimarrà vedeva nel 1899.

Durante una villeggiatura presso le ville di famiglia a Quarrata, rimane colpita dall’indigenza della popolazione al punto tale da prendere una decisione che caratterizzerà la sua futura esistenza ma anche quella di numerose famiglie e addirittura di tutta una provincia, e per secoli.
Ricamo sfilato, su tela, di tradizione pistoiese
praticata dalle donne di Quarrata
Destina infatti la sua villa di Quarrata, a Lucciano, a scuola di ricamo e filet , senz’altro per valorizzare quest’arte ma soprattutto per valorizzare il lavoro femminile da una parte, e dare, dall’altra, una speranza concreta di un miglioramento delle proprie condizioni. Chiamò inizialmente a lavorare cinque artigiane a cui garantì uno stipendio e soprattutto anche i contributi previdenziali. Ben presto l’iniziativa si diffuse fino a toccare una quota superiore alle cinquecento lavoranti agli inizi del’900. L’attività si era ingrandita a tal punto che la scuola strinse una collaborazione con l’impresa Navone di Firenze che riuscì a far arrivare ad una clientela più vasta l’artigianalità di alta qualità dei manufatti ricamati e filati.

Nacque così quel prestigio che noi tutti conosciamo e apprezziamo e che coinvolge estimatori anche internazionali. Di fatti questi lavorati venivano venduti fino negli Stati Uniti e vennero premiati proprio all’Esposizione Universale del 1904 a St. Louis, consolidando la stima estera verso questi manufatti.

La Contessa Gabriella era riuscita a valorizzare una tradizione femminile portandola ai massimi livelli, portando soprattutto il rispetto del lavoro, garantito da contributi previdenziali e  salariali come soprattutto per le donne all’epoca, e per la verità anche come oggi, non era possibile pensare.

Forte della sua esperienza che le aveva dimostrato la fattibilità delle sue idee che nulla erano se non quelle che ancora oggi, purtroppo, dovrebbero essere attuate: equità salariale, contributi previdenziali e sicurezza sul lavoro, era fortemente convinta della necessità di essere unite e così ispirandosi all’esempio di altri club internazionali, soprattutto dell’International Women Council, creò il Consiglio Nazionale Donne Italiane, CNDI, nel 1903 di cui divenne presidentessa fino alla sua morte; d’ispirazione laica e per la rivendicazione e affermazione dei diritti del lavoro della donna: parità giuridica, sociale, familiare e lavorativa.
Cercò con il Consiglio di portare quella giustizia sociale che così scarsamente interessava il lavoro femminile e che aveva attuato con successo a Quarrata.
Durante il terremoto del 1908 di Messina e Reggio Calabria, attraverso il Consiglio, CNDI, organizza il Comitato a Sostegno delle vittime che venne riconosciuto direttamente dalla Regina Elena che faceva così di lei, con regio decreto, la prima donna investita dell’incarico di protettrice dei minori.
Nello steso anno organizza a Roma il I Congresso Nazionale delle Donne Italiane.
La Contessa Gabriella Spalletti Trivulzio nei primi del '900.
Tramite il Consiglio Nazionale Donne Italiane, in qualità di presidentessa, attua delle iniziative rivoluzionarie, in favore delle donne e dei minori, istituendo tra le altre cose, biblioteche itineranti per le maestre, segretariati per la tutela delle donne e dei fanciulli emigranti, casse maternità, assistenza scolastica e un servizio domiciliare di ostetriche.

Il Consiglio Nazionale, CNDI, riusciva a garantire una certa capillarità nella sua azione poiché organizzato a livello locale, anche se nel 1910 elementi cattolici lasciarono il Consiglio  Nazionale Donne Italiane per formare l’Unione Donne Cattoliche.

L’impegno della Contessa tuttavia era importante anche nella Capitale, dove con la nomina del marito a Senatore, si era trasferita con la famiglia. Qui i Conti acquistarono un terreno vicino al Quirinale per edificare la loro dimora, la Villa Spalletti Trivelli che diventerà ogni giovedì sera uno dei più illustri ed ambiti salotti intellettuali e culturali che vedranno tra gli altri personaggi: politici come Minghetti, Sidney Sonnino o il premio nobel Tagore.

La Contessa Gabriella Bonanzi Spalletti Trivelli si spegnerà a Roma, nel 1930, il 30 Settembre . Le sue, seppur ormai attempate, prime lavoranti le vollero dedicare la creazione di una fontana in pietra che  posero sulla piazza antistante la Chiesa di San Lucciano.

Dopo la sua scomparsa, la sua azione non cesserà, ancora è viva e attuale, si deve a lei, e spesso non si sa per quella sorta di Damnatio Memoriae che colpisce la storia che interessa le iniziative e le azioni delle donne, la fama internazionale dei filet della zona Toscana famosa nel mondo, che solo oggi per le critiche condizioni dell’economia mondiale, vive un periodo di crisi che ci auguriamo si risolva e possa risollevare una delle eccellenze italiane che tutti ammirano e cercano nel mondo, chissà se toccherà riuscire a farlo ad un’altra eccellente donna.
Quello che si sa, ed è certo, è che l’opera della Contessa Gabriella Spalletti Trivulzio continua nel suo impegno ed esempio vivo: la scuola da lei creata, che porta il suo nome “Scuola di Modano e ricamo Contessa Gabriella Spalletti, Lucciano, Quarrata”, è ancora attiva nell'iniziativa della Scuola Media Statale di Quarrata che organizza un laboratorio di filet e merletto, così come le iniziative del Consiglio Nazionale Donne Italiane.



venerdì 4 aprile 2014

Jeanne Desirée, la femminista ricamatrice utopica



Almanacco del 04 Aprile:


Il Primo Numero del giornale fondato da Jeanne Desirée nel 1832.




Ci troviamo in Francia, dove è da poco terminata l’esperienza rivoluzionaria che ha visto il sacrificio di una donna, tra molte, che voleva “solo essere qualcuno” e che tuttavia nonostante la sua coraggiosa morte, non è riuscita a portare quell’uguaglianza tra i sessi, quell’ egalité tanto acclamata dalla Rivoluzione, così Jeanne Desirée, anch’essa figlia della Rivoluzione si trova ereditiera di una società affatto cambiata per le donne, e si vede quindi raccogliere la sfida “de-gougesniana” con un nuovo vigore.

Jeanne Desirée nasce a Parigi il 04 Aprile 1810 da un umile famiglia di operai e lei stessa è ricamatrice, affiancherà la sua esistenza da lavoratrice ad una militanza femminista.
Accostatasi alle idee saintsimoniane, e dopo un periodo di lavoro a Londra dove conoscerà la dottrina di Owen e quello che diventerà suo marito, Julles Gay, tornata in Francia e poi in seguito proprio a Parigi, decide insieme ad una collaboratrice, Marie-Reine Guindorf, di fondare il primo giornale femminista “La Femme libre” formato e diretto da sole donne.

 Esaltante è la premessa del primo numero, uscito nel 1832: “ Nel momento in cui tutti I popoli si agitano in nome della Libertà, e che il proletariato reclama il suo affrancamento, noi,donne, resteremo,  passive davanti questo grande movimento d’emancipazione sociale che si svolge sotto i nostri occhi. La nostra sorte è così felice che non abbiamo nulla da reclamare? La donna, fin’ora, è stata sfruttata, tirannizzata. Questo sfruttamento, questa dittatura deve cessare. Noi nasciamo libere come gli uomini e  la metà del genere umano non può, senza commettere ingiustizia, asservire l’altra.
Conosciamo dunque i nostri diritti. Comprendiamo la nostra potenza.”[1]
E’ necessario quindi “Alzate la voce, reclamiamo il nostro posto nella città, nel tempo nuovo che riconosce alla donna dei diritti paritari all’uomo”.[2]
E conscia, forse anche dell’esempio della De Gouges, che non si può agire da sole come corpi singoli ma ci vuole unità d’intenti ma anche d’azione al di là anche di quella classe sociale ancora troppo preminente “[...] Noi non possiamo ottenerlo se non alla condizione di unirci in un solo fascio, non formiamo più due campi separati quello delle donne del popolo e quello delle donne privilegiate poiché il nostro interesse ci unisce.[3] E quale è quindi questo grande interesse comune che va al di là di ogni singola comodità, di ogni singolo interesse, quell’obiettivo più grande di ogni individualità, un bene superiore di quelli che la Rivoluzione stessa si prefiggeva ma che è ancora ben lontano soprattutto per le donne, la libertà innanzitutto, sinonimo di uguaglianza, ideali grandi che sono indispensabili però alla vita dell’individuo: “Libertà, uguaglianza, ...vale a dire libera e uguale possibilità di sviluppo delle nostre facoltà, voilà la nostra conquista, quella che dobbiamo fare[4].

Se è vero che come ci sprona all’inizio nell’appello dobbiamo conoscere la nostra potenza, e i nostri diritti ecco che comincia a introdurceli, piano piano ma con una forza comunque dirompente, la società è cambiata, non siamo più in quella che Hobbes chiama “Homo homini lupus” o meglio la meno nota “Homo moglieribus lupus” e quindi non ha più quel ruolo di difensore femminile, la società ormai è una società dell’intelletto, e ce lo dice in maniera molto chiara e diretta “ora che è ben noto che il potere brutale è scomparso per essere rimpiazzato dal potere morale, è utile che noi prendiamo di conseguenza, di diritto il posto che occupiamo nei fatti. La protezione dell’uomo non è più che una vana parola[5]; poiché ancora evidentemente è vivida e sanguinante la ferita di quelle vite di donna spezzate dalla ghigliottina, non parla di nomi, non le nomina ma chiaro è, ancora uan volta, il suo messaggio, e il suo ringraziamento a quelle donne che sono perite sotto il mero arbitrio maschile, colpevole di tanta violenza che li rende vili da una parte ma dall’altra evidenzia invece, proprio come nel più classico modello di carnefice e vittima, l’aulicità delle loro morti “Gloria alle donne che, [...], hanno sacrificato ad una nobile  fierezza, i battiti di un cuore che non poteva essere compreso da un mondo che si gioca della virtù più vera, e che la relega nella fredda riserva e nella mollezza dell’uniformità. Esse hanno conservato questa dignità, risultato di una soddisfazione della coscienza che deriva dal sentimento di aver portato a termine un dovere. Esse hanno sugli uomini questo ascendente che pretende rispetto, e che, fa loro conoscere la superiorità della nostra morte[6]  . 

Si scaglia netta contro il servilismo del corpo femminile, la prostituzione è un orrore, di cui tutte le donne, le cattoliche per prime, si devono rendere conto, le donne, tutte trasversalmente, devono capire di essere un tutto unico e che insieme, tutte, si deve lottare per l’affrancamento della posizione di ciascuna, “la comunità femminile è lì dove è una parte di esse che sono una proprietà utile al piacere degli uomini, e sulla quale lo Stato preleva un’imposta, e autorizza, con spostamenti di denaro, questo traffico oltraggioso, che cede la più bella a chi offre di più.”[7]

Dal quinto numero si leggerà sul frontespizio del giornale “libertà per le donne, libertà per il popolo per una nuova organizzazione familiare e industriale” così seguono proprio articoli su come, secondo Desirée, si dovrebbe organizzare la società innanzitutto si richiama, da buona seguace saintsimoniana, appunto all’ideatore di questa filosofia che raccoglie l’eredità rivoluzionaria anche se finisce per coinvolgere una élite ma che sarà comunque pregnante per lo sviluppo di idee moderne che saranno alla base anche dello sviluppo industriale, e qui subentra l’altro ispiratore Fourier che con le sue teorie “rendendo l’industria attraente, impiega gli individui con le loro passioni che, nell’ordine sociale diventano un mezzo potente per l’ abbellimento del globo e la ricchezza del genere umano[8]. Ma c’è chi la critica per aver apertamente fatto riferimento al capo della “setta”, non tutte le donne si ritrovano in questo capo, ognuna ha una sua religione, cattolica per lo più, ma lei risponde così: “Se volete relegarmi ad un nome, sarà certamente il loro che prenderò” ma, specifica e avverte, “ma sento di avere un’opera diversa da compiere. Per me tutte le questioni sociali dipendono dalla libertà delle donne, che le risolverà tutte. E’ quindi verso questo scopo che tenderanno tutti i miei sforzi, è alla felicità delle donne nuove che rapporterò tutto quello che farò per la nostra emancipazione: la causa delle donne è universale, e non è affatto solo saintsimoniana[9].

Dopo la nascita del suo primo figlio, tenta di aprire una scuola per bambini a cui dare un’educazione fin dalla nascita ma il tentativo fallisce per mancanza di fondi.
 
"Campagna presidenziale del 1848".
Nel frattempo la situazione politica francese è in continuo mutare, con la Rivoluzione del 1848, Desirée esce allo scoperto ancor di più e prende posizioni pubbliche appellandosi direttamente al governo provvisorio sollevando problematiche per migliorare la condizione delle lavoratrici e per la sovvenzione finanziaria di ristoranti e stirerie, occupazioni specificatamente femminili, che avrebbero reso quindi più facile alle donne avere una loro indipendenza economica. Grazie al suo impegno viene eletta, per il secondo arrondissement, Delegata alla Commissione del Lavoro che ha sede al Palazzo del Lussemburgo, proprio quello stesso palazzo che pochi anni prima aveva visto  prigioniera un'altra donna che durante la Rivoluzione aveva lottato per i diritti delle donne, Claire Lecombe.
Diviene anche capo della divisione Fontane, nell’ambito degli ateliers Nazionali creati dal governo per creare lavoro ai disoccupati, anche se gli ateliers vengono aperti solo alle donne che lavorano nel tessile e riescono a garantire loro una paga misera. Nel frattempo Desirée continua però anche il suo impegno editoriale collaborando con la rivista “La Voce delle Donne” che riesce ad uscire sperò solo per qualche mese, quindi Desirée forte della sua prima esperienza con la “Libertà della donna”, fonda ancora una volta il giornale “La politica delle Donne” che ha vita brevissima, solo due numeri, e che viene sostituita dal giornale “L’Opinione delle Donne”. Decide allora di fondare con, Jeanne Deroin, la fondatrice del giornale La Voce delle Donne, un’associazione di mutuo soccorso per le donne che riceverà dall’Assemblea Nazionale un cospicuo fondo ma che nonostante questo non vedrà più il coinvolgimento di Desirée che preferirà ritirarsi e riprendere il suo lavoro da cucitrice.
 

Finisce nel 1849 il coinvolgimento militante di Jeanne Desirée Véret Gay, che da ora in avanti si dedicherà esclusivamente al suo lavoro e fonderà una merceria i cui lavori saranno apprezzatissimi all’Esposizione Universale del 1855 proprio a Parigi, dove i suoi manufatti saranno premiati.

La situazione però si complica quando suo marito a causa della censura, vede messo in pericolo il suo lavoro di tipografo ed editore e quindi la famiglia decide di spostarsi in Belgio, a Bruxelles nel 1865, dove partecipano alla I Internazionale Socialista, che vede Desirée ancora una volta, nonostante la sua decisione passata, in prima fila, diventando nel 1866 Presidente della Sezione Femminile.
Sempre attenta all’emancipazione femminile, che caratterizzerà comunque anche gli ultimi anni della sua vita nonostante si fosse ufficialmente ritirata dalla “lotta” in prima linea, nel 1868, scrive e pubblica il libro, indirizzato alle donne: “Educazione razionale della prima infanzia”, un manuale per giovani madri.

Dopo un breve trasferimento a Ginevra e a Torino, torna stabilmente a Bruxelles, dove Jeanne Desirée subirà pesanti perdite, prima il marito nel 1883, e poi anche i due figli, divenuta cieca, morirà presumibilmente nel 1891.


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[1]Apostolat des Femmes”, Numero 1, dall’Appello alle donne, pag.1.
[2] Ibidem.
[3] Ivi, pag. 3
[4] Ibidem.
[5] Ivi, pag. 4.
[6] Ivi, pag. 5.
[7] Numero 3, pag. 2.
[8] Numero 5,  pag. 39.
[9] Numero 6,  pag. 69.

mercoledì 2 aprile 2014

Maria Sybilla la donna che volò sulle ali di farfalla

Almanacco del 02 Aprile:


  "Melograno", incisione su rame, 1705.




Maria Sybilla Merian fu una ricercatrice, naturista e illustratrice tedesca che innamoratasi della natura volle cogliere i suoi segreti e ce li regalò sotto forma di opere d’arte.

Maria nacque da una facoltosa famiglia tedesca il 2 Aprile 1647, dal padre Matthaus Merian, di origini svizzere e facente parte della famiglia di editori, una delle più importanti dell’epoca, e dalla madre Jhoanna Heim che si risposò però di lì a pochi anni con il pittore Jakob Marell una volta rimasta vedova. E proprio dal patrigno Maria acquisì le basi e la tecnica della pittura naturalista che nella sua vita l’accompagneranno e le permetteranno di dar voce allo spettacolo della natura, fino ad allora sconosciuto e pieno di pregiudizi.

 
Maria Sybilla Marian
La sua passione per le farfalle la porta fin da bambina ad osservare il miracolo di trasformazione dei bruchi e piano piano Maria, raccoglie insetti e tutto ciò che la incuriosisce per osservarlo e poi ritrarlo nei suoi dipinti. Così da sposata, una volta trasferitasi a Norimberga nonostante la nascita della sua prima figlia, crea un laboratorio casalingo nel quale raccogliere ed osservare insetti e bruchi,  dipingendone ogni fase di sviluppo, nasce così la sua prima opera illustrata nel 1675 intitolata “Nuovo libro di Fiori”. Qualche anno più tardi nel 1678 nasce Dorothea che diventerà la sua aiutante prediletta, una vera compagna, anch’essa interessata ed attiva che imparerà a dipingere e aiuterà concretamente la madre nel suo lavoro.

Dalle osservazioni di Maria Sybilla finalmente si apprende che le farfalle nascono dalla trasformazione spettacolare dei bruchi che a loro volta si schiudono da uova e che le farfalle una volta nate si cibano di fiori. Prende vita il suo secondo libro del 1679 “La meravigliosa metamorfosi dei bruchi e il loro singolare nutrirsi di fiori”, in cui si occupa di quasi duecento tipi di farfalla e dei fiori di cui esse si nutrono e che trovò molto compiacimento tra le classi più elevate della società ma poca considerazione tra gli studiosi che ritenevano la lingua Latina la sola espressione per trattati scientifici degni di attenzione.

Nel frattempo per mantenere la sua attività di ricercatrice, si sostiene con lezioni private a fanciulle di famiglie benestanti di cui riesce così anche a vedere gli spettacolari e curati giardini, ricchi di spunti interessanti.

Separatasi dal marito nel 1685, va ad abitare in Olanda dove, ad Amsterdam, ristabilisce la base del suo laboratorio ed inizia a studiare esemplari particolari che riesce ad avere grazie alla disponibilità di uno dei generi che commercia con le colonie olandesi. Così, completamente affascinata da queste nuove specie, decide di recarsi nella Guyana olandese, oggi la Repubblica di Suriname, nell’America meridionale.
Organizza quindi una spedizione con l’appoggio della comunità locale che, per la prima volta, vede un' esplorazione guidata da una donna, che fa, tra l’altro, anche studi molto particolari, occupandosi di insetti, ritenuti creature immonde. 
E’ una naturalista sui generis insomma intanto in quanto donna, poi perchè si occupa di tematiche non pertinenti agli interessi “donneschi” e poi anche come naturista sceglie l’osservazione diretta, anch’essa non sempre una modalità di studio condiviso dagli altri ricercatori.
"Ragni, formiche e Colibrì su un ramo di Guava", 1705.

Si imbarca e intraprende un viaggio di mesi per arrivare a destinazione fino alla capitale, dove stabilisce il suo laboratorio. Qui grazie al supporto, non degli olandesi né degli altri colonizzatori europei, ma degli indios e degli schiavi africani, riesce a portare a compimento il suo obiettivo, scoprendo ed illustrando centinaia di specie di insetti, farfalle e fiori ma anche animali locali come iguane, coccodrilli, rane e rettili.


"Coccodrillo Caimano e finto serpente corallo", 1719.
Ammalatasi di febbre gialla però, dopo due anni di spedizione, è costretta a rientrare in Olanda. Ci vollero ben quattro anni per raccogliere e sistemare tutti gli oggetti raccolti, uova di coccodrillo, ragni, le illustrazioni e le nozioni apprese e carpite agli indigeni e dall’osservazione pura della natura. Tutto raccolto nell’opera del 1705 intitolata “La Metamorfosi degli insetti del Suriname”. Ritenuta ad oggi la sua opera migliore.

Maria Sybilla però nel 1715 si ammala e rimane paralizzata così che inevitabilmente è costretta a rallentare il suo lavoro, dopo un infarto. La sua ultima opera, una collezione dei suoi lavori, uscirà solo postuma per volontà della figlia; Mary Sybilla infatti morirà qualche anno dopo, ultra settantenne ad Amsterdam nel 1717, il 3 Gennaio e sarà cremata.


Ancora oggi è indiscutibile il suo apporto alle scienze naturali, dovuto ad una donna che non si è fermata all’apparenza ma ha voluto capire, adattando la sua vita alla voglia di comprendere, sfidando tutti i preconcetti dovuti al suo sesso, ai suoi studi, al suo metodo e che però ha visto sbocciare, come una farfalla, il suo mastodontico lavoro, attraverso il corso dei secoli.




martedì 1 aprile 2014

Sophie che si intendeva di numeri primi

Almanacco del 01 Aprile:










Ci troviamo a Parigi, dove in questo giorno nasce una delle più importanti studiose matematiche: Sophie Germain, il 1 aprile 1776 a Parigi, crebbe in piena Rivoluzione Francese quindi e rivoluzionario sarà anche il suo stile di vita.

Appassionata di matematica che scopre grazie alla biblioteca paterna, a 13 anni esaltandosi per la vita di Archimede, studia come autodidatta, dapprima la notte per non farsi scoprire dai genitori, contrari poiché studi simili non si addicono alle donne, e poi incoraggiata dagli stessi per la tenacia con cui porta avanti questa passione. Così come ci racconta il suo primo biografo, il matematico conte italiano Guglielmo Libri Carucci.

A lei si devono importanti spunti e riflessioni sulle teorie matematiche dei numeri primi, alcuni dei quali prendono infatti il suo nome, e ancor di più per gli importanti apporti alla futura teoria dell'elasticità con i suoi studi sulle superfici e raccolti nell'opera " Memoria delle curvature delle superfici". Eppure non sarà ricordata tra i nomi di coloro che grazie ai loro studi sull'elasticità delle placche avevano reso possibile la costruzione della Torre Eiffel nonostante fosse anche, tra l’altro, la vincitrice del concorso indetto da Napoleone all'Accademia delle Scienze di Parigi nel 1815, dopo altri due tentativi negli anni passati, nel 1809 e nel 1813, sulle tematiche relative proprio all’ elasticità.

I suoi studi furono apprezzati da importanti personalità dell'epoca come il professore Lagrange, Poinsot, Gauss e Fourier, anche se almeno inizialmente dovette presentarsi con un nome maschile per farsi pendere sul serio come tale Antoine-August Le Blanc, lo stesso pseudonimo usato per potersi iscrivere al nuovo Politecnico di Parigi nel 1795, vietato alle donne e con cui riuscì a farsi notare prima  dal suo professore Lagrange, al Politecnico, che la volle conoscere e che rimase colpito, favorevolmente, dal fatto che davanti a lui si palesò in realtà una donna e poi dalla massima autorità dell'epoca in tema di scienze matematiche, il luminare Carl Friedrich Gauss, professore all'Università di Göttingen.

Nonostante le difficoltà dovute all'essere una donna, che tra l’altro scelse di non sposarsi, i sabotaggi e gli atteggiamenti di sufficienza riservatele, con la vincita del concorso dell'Accademia delle Scienze le fu riconosciuta una certa notorietà e con le sue teorie sull' Ultimo teorema di Fermat, fu la prima donna ad essere ammessa all'Accademia delle Scienze, ormai quarantenne.

Fu anche un'apprezzata, seppur postuma, autrice di libri di filosofia, altra sua passione, e scrisse due opere che vennero pubblicate dopo la sua morte grazie al nipote, "Pensieri" e "Considerazioni generali sullo stato delle scienze e delle lettere, nelle diverse epoche delle loro culture", molto apprezzata da Comte.

Non avendo potuto proseguire la sua carriera scolastica al Politecnico di Parigi, venne insignita di una laurea honoris causa dall'Università di Göttingen, per volontà di Gauss ma malauguratamente, Sophie Germain, Marie-Sophie Germain, morì per un tumore al seno prima di poter ricevere il riconoscimento, il 27 giugno 1831.  Fu seppellita nel cimitero parigino di  Père Lachaise.

donna scienziata
Dal 2003 l’Accademia delle Scienze ha intitolato, in accordo con l’Istituto di Francia, un premio a Sophie Germain per i giovani ricercatori in matematica.














Biografie:

TOTI RIGATELLI Laura, "Sophie Germain, una matematica dimenticata", Ed. Archinto, 2007.


Opere di dominio pubblico:

volgarizzazione dal francese di UNGARO Michele e PIEZZO Luigi, Napoli, Ed. Stamperia del Fibreno, 1847.

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