martedì 29 luglio 2014

Contro il femminismo, perchè il movimento non serve più...




Ci si sta domandando anche al di qua dell’oceano cosa stia succedendo nella patria di Elisabeth Cady Stanton, Lucrezia Mott e Amelia Bloomer. Di questi tempi, nel paese nel quale una donna ha raggiunto un posto insperato e impensabile arrivando a scalare i vertici della CIA ma dove allo stesso tempo il dibattito politico affronta anche il tema delle donne all’età della Bibbia alla quale le si vuole riportare, una larga presenza di donne ha pensato e voluto manifestare il proprio benessere, ormai raggiunto e conclamato, un benessere che nulla deve al femminismo, anzi.
Sempre più donne stanno sostenendo negli Stati Uniti il movimento contro il femminismo nato dall’esigenza di alcune, molte, di esprimere la loro opinione per la quale esiste l’uguaglianza, la donna, le donne, sono libere, il sesso è libero, la donna non subisce più e quindi ecco fatto il femminismo ha tirato le cuoia, è una cosa ormai vetusta ed inutile, può essere rottamata, è ormai un vecchio brand fatto di stupidi ed inutili slogan sorpassati: “il corpo è mio e lo gestisco io” è superato anche solo da una puntata di "Sex and the City", la donna può andare in giro vestita come vuole, la donna è padrona del suo corpo, non smette di ricordarcelo la comunicazione a tutti i suoi livelli: la tv ce ne dà esempi egregi tra décolleté gratuiti e cosce al vento e molto di più, anche quando si tratta di vendere vernici antiruggine o materassi indeformabili.
"Up to and Including Her limits", Carolee Schneeman, 1973-76.


Quindi la donna è libera di esibire il proprio corpo...ma ci si dimentica che, ammesso che di libertà si possa parlare, questa è riservata a chi risponde a determinati canoni, estetici e di età per i quali siamo costrette-i a vedere cinquantenni in competizione con le adolescenti, alcune di queste si sentono spronate, direi più che altro obbligate, a mantenersi “giovani” per poter continuare a lavorare o per avere la considerazione dei colleghi e questo in tanti ambienti professionali, non solo di spettacolo.
Ma la donna lavora e quindi è emancipata, può provvedere a se stessa e agli altri perché con il suo lavoro produce reddito, ricchezza, quindi il femminismo non serve più davvero, siamo assolutamente uguali agli uomini ormai, non dipendiamo più da loro...vero! Ma in parte, perché se è vero che stiamo meglio delle nostre bisnonne che non avevano un’alternativa ai propri lavori domestici, noi invece usciamo di casa per recarci a lavoro, salvo però ahinoi avere una retribuzione più bassa a parità di mansione, e sulla base di nessuna valutazione oggettiva, come l’Istat ormai da anni monitorizza e sulla cui disparità di salario anche il presidente Obama ha speso qualche parola non molto tempo fa per ribadire la necessità di un adeguamento dei salari femminili. 
A queste, numerose, donne che si pensano emancipate e libere fanno infatti da contraltare tante altre che, in suolo anglosassone,  in pochissimo tempo hanno riempito la bacheca di un progetto, diventato oramai internazionale,  che ha raccolto  le loro numerose esperienze di sessismo quotidiano.


Perché se è vero che il femminismo della seconda ondata, quello degli anni ‘60/’70 come sostiene qualcuno ha fallito politicamente e non è aperto alle critiche, né a mio avviso ad altre visioni femministe, il femminismo di per se’, si sa,  non esiste, é tante correnti eterogenee e l’errore, a mio avviso, è anche quello di identificarlo solo con quello del “mitico ’68” a cui dobbiamo comunque molto ma che ha dimostrato tutti i suoi limiti, anche in questa occasione, primo fra tutti l’intransigenza, verso gli altri femminismi, quasi delegittimati, e in generale verso chiunque altro, l’essere maschile in primis. 

Sono d’accordo con chi sostiene invece l’esigenza di ascoltare le voci che nascono da questo “movimento” antifemminista e non assumere l’atteggiamento appunto di quelle che dai cortei e dalle piazze si mettono in cattedra e si fregiano del “marchio” del femminismo etichettando tutto il resto come insulso, stupido e privo di interesse. Ascoltare invece il dissenso è sempre utile, utile proprio alla causa, perché è utile sapere cosa sta accadendo perché ciò è il risultato di tanti fattori sui quali si deve quindi andare ad agire in modo evidentemente diverso se qualcosa non ha funzionato e questo è possibile solo analizzando gli effetti prodotti dalla propria azione che non deve essere mai dimentica di quella di tutti gli altri.


Quindi, per alcune, la donna è libera, il femminismo non serve davvero più, la donna, le donne, sono ormai emancipate, al pari degli uomini, ogni esigenza è stata soddisfatta: è morto il femminismo, w il femminismo. A me sembra invece che oggi come ieri, in un paese in cui stiamo ancora aspettando la nomina di una consigliera alle pari opportunità, alle quali non è stata riconosciuta neanche la dignità di una nomina ministeriale, in cui una donna subisce violenza domestica e viene uccisa con una triste media ogni due giorni, in cui la violenza sessuale è ancora "cercata", oggi come ieri, il privato deve essere pubblico per non ricadere nella tentazione di credere di essere completamente libere, che tutto è superato e  nulla resta da fare, la libertà va coltivata ma anche monitorizzata.

"Historical Dictionary of Feminist Philosophy" by Catherine Villanueva Gardner 

Non serve davvero più parlare della “condizione della donna”? Di cultura e di immagine che della donna ci viene proposta? Di studi di genere che ci mettono nella condizione di prenderci un posto nella storia che di fatto è nostro? Quel ruolo che abbiamo e abbiamo avuto nella società e che è stato omesso, obbligandoci a una damnatio memoriae che è difficile colmare ma che tuttavia è necessario ed imperativo recuperare, perché noi non siamo solo la nostra immagine, o meglio quella che altri ne danno ma che finisce per appartenerci, non siamo solo casalinghe disperate o manager sole e dal cuore freddo, non possiamo essere solo un’eccezione nella storia e nello sviluppo dell’umanità; quando capiremo questo allora forse sì qualcosa cambierà veramente e si potrà guardare anche ad altre realtà del femminismo che risponderanno meglio a nuove esigenze più attinenti a nuove attualità.

mercoledì 16 luglio 2014

Maria Teresa, la germanista delle donne


Almanacco del 16 Luglio:


"Donna che legge con parasole", Henri Matisse.




Nasce oggi, il 16 Luglio del 1933 Maria Teresa Morreale, la linguista e germanista a cui si devono la traduzione dal tedesco di importanti opere di donne e non.

Si laurea alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo e si trasferisce subito in Germania, a Colonia dove approfondisce la cultura tedesca iscrivendosi alla facoltà di Filosofia nella Università colona ed insegnando italiano presso l’Istituto Italiano di Cultura. Si sposta poi a Bonn dopo aver vinto una borsa di studio all’Alexander von Humboldt- Stiftung ma non arriva al suo termine perché di lì a poco viene nominata assistente all’Università di Palermo nella Facoltà Magistrale dove si dedica in particolare al periodo del Romanticismo tedesco.

Alla fine degli anni ’70 del XX secolo, si trasferice ancora, questa volta a Mogadiscio dove insegna italiano all’Università Nazionale Somala grazie ad un progetto del Ministero degli Esteri. Tornata in Italia torna ad insegnare a Palermo alla Facoltà di Lingue Straniere e aderisce all’Associazione Docenti Italiani di Lingua Tedesca A. D. I. L.T. di cui rimarrà per molti anni la responsabile a livello regionale. Nel 1982 diventa professore associato.

La sua ricerca linguistica la porta negli anni a spaziare, toccando diversi aspetti dal rapporto tra storia della letteratura e scienza della letteratura tramite lo studio delle opere di Gervinus fino alla letteratura di viaggio, dalle opere teatrali di Brecht alla narrativa tedesca dell’Ottocento. Ma la sua attenzione si concentrerà anche sulle opere delle scrittrici di lingua tedesca e sulla Frauenfrage (questione femminile).

Nel 1975 inizia la sua collaborazione con la rivista DWF Donnawomanfemme scrivendo un articolo sul romanzo “Malina” della poetessa e scrittrice austriaca Ingeborg Bachmann, dal titolo “Malina o la sopraffazione dell’io femminile” in cui analizzando l’opera della scrittrice austriaca osserva quanto l’essere donna porti ad una condizione di isolamento per il solo fatto di essere nata donna.
Hedwig Dohm, 1870 circa
Nel 1976 invece scrive il saggio, di quasi venti pagine, su Nietzsche e le donne, intitolato appunto “Nietzsche e le donne, secondo una femminista tedesca della fine dell'Ottocento” in cui traduce integralmente l’articolo di Hedwig Dohm uscito nel 1898 sulla rivista berlinese "Die Zukunft" e passa ad introdurlo sottolineando come Nietzsche, aperto e riformatore della morale quando si tratta delle donne non concepisce alcuna emancipazione perché vede nella donna solo uno strumento di piacere e discendenza dell’uomo. Sempre dello stesso anno interessante è anche l’articolo- dibattito uscito sulla stessa rivista: “Dibattito (Chi, per chi, come. La ricerca scientifica dalla parte della donna)” in cui Maria Teresa e le altre redattrici si confrontano e discutono sulle difficoltà per delle ricercatrici di attuare i loro studi in un sistema disciplinare concepito da e per uomini.

L’anno successivo è la volta del saggio su “L’Istruzione femminile nelle due Germanie” e ancora “Donne e letteratura in Germania. Annotazioni e spunti sulla cultura tedesca del Settecento” sul Quaderno, vol. 14, Istituto di Lingue e Letterature straniere, che uscirà poi nel 1981 con il titolo di “Nate per leggere. Annotazioni sulla cultura tedesca del Settecento”.
Nel 1982 esce il saggio dedicato alla scrittrice e drammaturga Ilse Langner intitolato “Ilse Langner: teatro, prosa, racconti di viaggio”. Nel frattempo collabora anche con la rivista Leggeredonna e con l’Università di Pavia e il CNR partecipa alla realizzazione del volume “Dal salotto al partito. Scrittrici tedesche tra rivoluzione borghese e diritto di voto” a cura di Lia Secci del 1982, in cui fornirà importanti contributi su Hedwig Dhom, Helene Lange e Luise Büchner avendo nel 1981 scritto la nota finale della ristampa del volume “Luise Büchner. Die Frauen und Ihr Beruf”.

Partecipò poi nel 1982 al IV Congresso Internazionale di Studi siciliani con una relazione su “Luise Büchner, un’intellettuale dell’Assia”, nel 1984 riprendendo la figura della poetessa Ingeborg Bachmann, da lei conosciuta personalmente, scrive un saggio sull’autrice e le sue Lezioni francofortesi. Nel 1986 partecipa al Seminario su Georg Büchner con la relazione “La Kato-Rede di Georg Büchner nel ricordo di sua sorella Luise” ed infine nel 1988 pubblica il libro “Luise Büchner: un poeta.

"Scrivania e libri", Renato Guttuso.
La nota germanista continuerà poi il suo percorso da studiosa appassionandosi ad altri temi legati alla cultura tedesca e morirà nel 1996 a Palermo, il 14 Febbraio.





Opere:

"Nate per leggere. Annotazioni sulla cultura tedesca del Settecento", Palermo, Ed. Dante, 1981.

"Dal salotto al partito. Scrittrici tedesche tra rivoluzione borghese e diritto di voto", SECCI L. (a cura di), Roma, Ed. Savelli, 1982. Ristampa del 2007 a cura della casa editrice Artemide.

"Le lezioni francofortesi di Ingeborg Bachmann", Palermo, Ed. Università, 1984.

"Luise Büchner: un poeta", Roma, Ed. Daga, 1988.




Opere su Maria Teresa Morreale:
  
SCHWAB Ute, DOLEI Giuseppe "Viaggio nel tempo: studi dedicati alla memoria di Maria Teresa Morreale", Ed. CUECM, 2003.






 

martedì 15 luglio 2014

Emmeline Punkhurst: la Suffragetta



Almanacco del giorno: 15 Luglio



Emmeline Punkhurst nel 1909





Emmeline Pankhurst Goulden nasce oggi, 15 Luglio, a Manchester nel 1858 da Robert, commerciante e appassionato di teatro e Sophia Jane Cane i cui antenati sono i discendenti delle isole irlandesi di Man e per questo molto sensibile e attenta alle questioni sociali e delle minoranze, aspetti che cercherà di tramandare anche ai suoi dieci figli.

Nonostante le loro posizioni liberali in realtà i coniugi Goulden non permettono alle figlie di avere un’istruzione formale e strutturata riservata ai soli maschi della famiglia, alle figlie si conviene di più imparare ad essere brave moglie e madri per sposarsi presto e uscire dalla famiglia. Emmeline tuttavia imparerà a leggere, si dice, già all’età di tre anni e si diplomerà in Francia. Tornata in Inghilterra conosce un avvocato già impegnato nel sociale soprattutto nella causa del diritto di voto alle donne, Richard Pankhurst con cui si sposa nel 1879. Nascono i loro primi figli Christabel, Sylvia, Francis, Adela. In accordo con il marito prende ad occuparsi a tempo pieno all’attivismo in favore del diritto di voto alle donne e la famiglia decide di spostarsi a Londra, dopo la morte prematura dell’unico figlio maschio Francis, in Russell Square che diventa un punto di riferimento e di incontro anche per altri attivisti abrogazionisti statunitensi, nasce anche un altro maschio che verrà chiamato come il suo defunto fratello.

Nel 1888 aderisce al nuovo gruppo PSS Parliament Street Society per il diritto di voto femminile che concepiva una affiliazione con alcune parti politiche a differenza di un gruppo originario che era contrario ad ogni accordo, il NSWS National Society for Women’s Suffrage. Nel 1889 però Emmeline crea il Women’s Franchise Leage WFL che rivendica il diritto al voto per tutte le donne non solo per quelle nubili sostenuto invece dal PSS sulla base che per le donne sposate votata il marito. A questo nuovo gruppo aderisce anche la figlia di Elisabeth Cady Stanton: Harriot Stanton.


Emmeline e Christabel, 1908.
Tornata a Manchester con la famiglia dopo i dissesti economici dei loro affari londinesi, aderisce al partito Indipendente dei Labouristi ILP diventando una delle autorità che amministrano le leggi in favore dei poveri, il Board of Guardians (attivo dal 1835 al 1930) grazie alla quale cerca di cambiare le condizioni di lavoro in cui si trovavano le donne e i loro figli.
Durante un viaggio in Svizzera per trovare la sua vecchia amica di scuola in Francia, viene raggiunta da un telegramma che la mette a conoscenza delle condizioni critiche di salute del marito, decide quindi di intraprendere il viaggio di ritorno ma non riesce a rivedere vivo  il coniuge. Rimasta vedova e piena di debiti lasciati dal marito, Emmeline trova lavoro e riapre il vecchio negozio di famiglia.

 Nel frattempo alcuni passi avanti per il diritto di voto alle donne sono stati fatti, o almeno così sembrerebbe, nel 1870 così come nel 1886 e ancora nel 1897 vengono presentate delle proposte di legge in merito che però non portano a nulla, Emmeline allora abbandona l’ILP Indipendent Labour Party e fonda il WSPU la Women’s Social and Political Union aperta solo alle donne e focalizzata ad azioni dirette per conquistare il voto: “La condizione del nostro sesso è così deprecabile che è un nostro dovere infrangere la legge per richiamare l’attenzione sulle motivazioni che ci spingono a farlo[1].
Così iniziarono le azioni del gruppo tra manifestazioni e proteste che portarono all’arresto delle attiviste tra cui le figlie e la stessa Emmeline nel 1908 per aver voluto entrare a forza in Parlamento per poter dare al Primo Ministro, Asquith, una petizione. Rimase in carcere per sei settimane e rendendosi conto dell’effetto potente della situazione, si fece arrestare altre sette volte poiché: “ Siamo qui non perché infrangiamo la legge ma perché, con le nostre forze, vogliamo fare la legge[2].

Le dimostrazioni si fecero più serrate e violente, alcune attiviste lanciarono sassi alle finestre di Downing Street e furono di nuovo arrestate, e di nuovo la detenzione fu usata come rilancio e lo sciopero della fame a cui la polizia carceraria rispose con la nutrizione forzata, provocò l’atteso clamore. Un clamore che spaccò l’opinione pubblica e i giornali tra coloro che appoggiavano i metodi del WSPU e chi auspicava una moderazione, ed è in questo frangente che nasce il termine di suffragette: un giornalista del Daily infatti usa questa parola per distinguerle dalle richiedenti il voto alle donne più moderate, una differenza che piace alla stessa Emmeline che adotta il termine proprio con lo stesso scopo.

Emmeline Punkhurst nel tour negli Stati Uniti, 1913.
Nel frattempo anche Francis, il secondo figlio maschio erede del primo defunto, si ammala e rimane paralizzato così Emmeline per racimolare fondi per le cure decide di vendere la casa a Manchester e di intraprendere un tour di conferenze e discorsi  in Inghilterra e negli Stati Uniti, però sarà costretta a tornare nel 1910 per la morte del figlio. Nello stesso anno si arriva per la prima volta ad un accordo con 54 membri del Parlamento appartenenti a diversi schieramenti con il Comitato del Concilio per il Suffragio delle Donne grazie al quale per il momento Emmeline e le sue militanti accettano una tregua per permettere l’ accordo. Ma la tregua dura poco perché non si arriva all’accordo sperato e così gli scontri riprendono con una marcia davanti al Parlamento di trecento donne che viene però soffocata dalla Polizia e dal Segretario Winston Churchill, provocando la morte di due donne e l’arresto di altre duecento e che passò alla storia con il nome di Venerdì Nero, era il 18 Novembre 1910. 

Emmeline viene arrestata nel 1914.
Questi episodi di violenza repressiva provocarono imbarazzo al governo e ai suoi metodi violenti ripresi e denunciati da tutti i giornali, così la Conciliation Bills fu ammessa alla lettura nelle Camere ma al secondo turno, fu insabbiata. La reazione del WSPU non si fece attendere e gli assalti delle attiviste alla proprietà privata con lanci di sassi alle finestre, riprese tanto da indurre la polizia a perquisire i locali della sede della WSPU:  Emmeline fu arrestata di nuovo mentre sua figlia Christabel fugge in Francia da dove continua a coordinare il movimento. Le detenute riprendono lo sciopero della fame ma vengonoo alimentate a forza, nutrite tramite i cavi nasali o auricolari.
Le azioni del gruppo tuttavia diventano sempre più intense con ordigni rudimentali, roghi e acidi sui muri per imprimere slogan suffragisti ma tutto questo allontana anche molte altre attiviste tra cui le altre figlie di Emmeline, Sylvia avvicinatasi al socialismo ed Adela, mandata in Australia per permetterle di capire e scegliersi un futuro ma le due, madre e figlia, non si videro più. Adela non tornò neanche per il funerale della madre.


Emmeline viene portata in prigione, 1914.
 Allo scoppio della Prima Guerra mondiale Emmeline decise di deporre “l’ascia di guerra”, la questione del Suffragio femminile e soprattutto le azioni militanti in favore della necessità di un’unione nazionale resa necessaria dalla guerra. Questa presa di posizione però lascia perplesse alcune iscritte che creano due distinti correnti il Suffragettes of the Womens Social and Political Union SWSPU e l’ Indipendent Women’s Social and Political Union ognuno dedicato a mantenere alta l’attenzione verso il voto alle donne.

Emmeline invece continua nella sua nuova professione nazionalista e continua i suoi tours per spronare le lobbies a prendersi cura delle donne, dei bambini nati mentre i loro pardi sono al fronte, crea infatti un’istituto con l’idea di dare loro un’istruzione su modello della Montessori ma è costretta a chiuderlo poco dopo per mancanza di fondi. Induce anche il governo ad impiegare le donne nei lavori lasciati improduttivi dall’assenza degli uomini impiegati in guerra.

Parte per la Russia con il benestare del Primo Ministro, David Lloyd George per cercare di convincere la Russia a non accettare le condizioni di Pace con la Germania e di continuare la Guerra ma l’ambasciata non riesce e l’incontro lascia una brutta impressione sia ad Emmeline che al Primo Ministro russo. Tornata però in patria scopre con piacere che finalmente il voto alle donne era stato riconosciuto con la Rappresentation of the People Act con cui si rimuovevano i limiti patrimoniali al voto maschile e si riconosceva il voto alle donne con più di trent’anni di età e seppur con molte limitazioni.
Raggiunto a questo punto lo scopo Emmeline aderisce al Women’s Party aperto alle sole donne e che auspicava leggi che garantissero parità all’interno del matrimonio, parità di retribuzione a parità di incarico e parità di opportunità lavorative per le donne. Subito dopo le elezioni tuttavia il Partito cessò di esistere data la sconfitta seppur per pochissimi voti della candidata, la figlia prediletta di Emmeline, Christabel.
 
Emmeline Punkhurst nel 1913.

Emmeline si trasferisce quindi in Canada dove dopo tantissimo tempo compra una casa ma subisce i lunghi inverni canadesi e comincia ad avere problemi finanziari, quindi dopo poco tempo si trasferisce ancora una volta in Inghilterra nel 1925. Nel frattempo Christabel ha abbracciato la fede avventista e dedica ormai tutta la sua vita alla chiesa, così alle elezioni del 1926 si candida la stessa Emmeline ma incredibilmente con il Partito Conservatore.

Gli anni tuttavia e soprattutto le esperienze passate cominciano a farsi sentire ed Emmeline si ammala soprattutto dopo lo scandalo della figlia Sylvia che ha un bambino fuori dal matrimonio e che chiama Richard Punkhurt in memoria di suo padre.
Ricoverata, chiede di essere assistita dallo stesso medico che la curava in prigione; le sue condizioni si aggravano e muore il 14 Giugno 1928, a 69 anni. Viene sepolta in uno dei cimiteri più antichi e prestigiosi di Londra a Brompton e nel 1930 le viene dedicata una statua commemorativa nei Giardini dell’ala sud- ovest di Westminster, il Victoria Tower.

La Statua a Victoria Tower di Emmeline Punkhurst, by Fin Fahey.

Il Time l’ha riconosciuta come uno dei cento personaggi più importanti del XX secolo ed indubbiamente lo è stata e ancora lo è visto che le donne inglesi e di riflesso tutte noi,  dobbiamo a lei e al suo attivismo il diritto di voto, a volte dato per scontato, a volte non usato e a cui a volte ignobilmente ci si appella solo in campagna elettorale.







[1] Bartley Paula, “Emmeline Pankhurst”, Routledge, 2002, pag. 98.
[2] Ivi, pag. 100.

venerdì 4 luglio 2014

Il Giallo dell'estate



Fabrice De Villeneuve, Seaside Terrace, 2013.



Siamo ormai in estate conclamata e il caldo non ci dà tregua, siamo ancora nelle nostre città e magari timbriamo badge distrattamente già con la testa al mare, in montagna o al lago. Sentiamo nelle orecchie il rumore delle onde che ci chiama suadente, il vociare dei passeggeri sull’autobus e le grida dei ragazzi ormai, loro sì, in vacanza ci richiamano gli schiamazzi di chi gioca a racchettoni e del venditore di Cocco sulla spiaggia; quando ci vestiamo al mattino pensiamo piuttosto a quel copricostume così carino abbinato agli infradito che chissà dove l’ho messo…insomma è ora di partire e ristorarci all’ombra di una palma, al fresco di uno specchio d’acqua e in compagnia di un buon libro.

In estate lo ammetto io mi do al Giallo, rispolvero i grandi classici e li metto in valigia o all’occorrenza sul tablet, ormai anch’io alla tecnologia in estate non rinuncio. Non so perché ma rilassandomi mi piace riscoprire il brivido di una storia che non lascia nulla al caso, dove tutto è apparentemente naturale ma in realtà tutto è costruito con dovizia e sapienza in un intreccio umano, di strategia, di psicologia affascinante.

 Hercule Poirot di Agatha Christie, illustrazione by Memé Candia
Con questi propositi ogni estate riprendo vecchi libri e ne compro di altri. La mia preferenza va a quelli che rientrano nel giallo propriamente detto Mistery dell’età d’oro degli anni ’30 soprattutto americani ed inglesi, ovvio neanche a citarla la Christie.

Visto quindi il periodo e la mia propensione alle questioni di genere per questa estate vi suggerirei un’autrice italiana che sì potremmo paragonare alla suddetta illustre scrittrice anglosassone ma che è invece tutta nostrana e che ahinoi, ahilei, non ebbe riconosciuta la sua fama così a lungo da arrivare fino a noi, fino ai più ma che alla sua epoca poteva contare, come si direbbe oggi, sul sold out. Le sue opere certamente risentono di uno stile letterario e linguistico di due secoli fa ma il suo tocco risulta ancora oggi spigliato e le trame avvincenti tanto che negli anni '50 dello scorso secolo agli albori della fiction, quando ancora gli sceneggiati erano in bianco e nero, anche la tv si è accorta di lei e ha prodotto numerosi telefilm, l'ultimo in negli anni '70 con Gigi Proietti.

L’autrice di cui vi parlo è Carolina Invernizio, scrittrice del 1800, amata dal pubblico soprattutto e poco dalla critica che minimizzò i suoi successi da feuilleton dimenticando come, all’epoca, era uno dei mezzi più usati per scrivere romanzi, a puntate sui giornali, una modalità usata anche dai più grandi e che se era lecita per autori, soprattutto quando di successo, non lo era a prescindere invece per le autrici, seppur di successo.

Le opere di Carolina Invernizio, alcune, sono di pubblico dominio e possono essere scaricate quindi liberamente sul vostro tablet mentre molti altri titoli si trovano a prezzi accessibilissimi.
 


Se state preparando le valigie quindi scegliete da quale intrigo farvi affascinare e…buona lettura con Il bacio della Morta o I misteri delle soffitte  o I sette capelli d'oro della Fata Gusmara o…